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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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venerdì, 5 ottobre 2007
sono ancora giorni,
primissimi giorni,
in cui il ritrovarsi
diventa spesso il perno
attorno a cui
ruota
il nostro dialogare.
ricordi recenti
si intrecciano
a nuova progettualità che sappiamo
essere prossime.
e la voglia
di andare ancora "più dentro"
alle cose
non scema.
il palcoscenico
non è più visto
come qualcosa
di lontano.
o remoto.
è già stato un traguardo.
oggi diviene
per tutti,
senza nemmeno
"la necessità" di dirselo,
il punto di partenza
d'ogni nuova esperienza
prenda di nuovo a consumarsi
tra le pareti delle officine.
ed i nuovi ragazzi
si confrontano
con i più "anziani";
e la curiosità,
la voglia di sapere,
prende la forma di un filo
che avvolgendo tutti
in una lievissima spirale
si lascia inseguire,
diversamente inseguire,
tra le parole
dei "sei personaggi..."
che cominciamo a leggere,
come sempre,
facendo cerchio
intorno al proscenio.
personaggi
che entrano
dal fondo di una sala
spezzando
la continuità
non ancora trovata
di una tornata di prove,
lì,
di fronte a loro,
su un palcoscenico seminudo.
e non è casuale
aver scelto questo brano
per iniziare
il nostro
nuovo cammino.
in questi mesi
avremo forse cambiato andatura,
il ritmo del nostro incedere
lungo
il sentiero.
avremo forse
calzature più forti
o forse acquisito
il coraggio
di pestare la terra a piedi nudi.
ciò che mai è mutata
è la strada intrapresa
inseguendo una meta
che gioca
con la bruma
delle nostre incertezze.
ora rivelandosi.
ora celandosi ancora.
e per qualche istante
abbiamo voglia
di restare in silenzio
dopo aver letto
quei pochi fogli
raccolti da uno spillo metallico.
realtà e verità
lentamente
animano
i versi di pirandello;
realtà e verità
gli estremi
del nostro continuo
confronto,
del nostro cercare
un teatro
il cui "divenire"
non sia mai
scevro da un "essere".
osservo i ragazzi
scivolare
attraverso quelle parole,
farle proprie,
catturarle.
e questa nostra esigenza
di essere "verità"
- quella stessa verità
cui "il padre"
dichiara di appartenere
innanzi ad un infastidito,
intollerante,
"capocomico" -
affiora
nel ricorrente chiedere,
e chiedersi,
un perché.
ed il testo
si tramuta
non più solo in un pretesto,
ma soprattutto
in una nuova opportunità
di condurre un lavoro
che è essenzialmente
per se stessi.
ma in quel "se stessi"
mai è un alzare paratie,
o difese,
oltre i quali celare
i propri timori,
o limiti,
ma un continuo
"esporsi"
senza null'altro addosso
che gli "attrezzi"
della propria arte...
del proprio mestiere...
ho visto ebanisti
forgiare
con la sola lima...
o un martello e un piccolo scalpello,
opere apparentemente
uguali tra loro.
"apparentemente"...
cioè ciò che i miei occhi
riuscivano infine a distinguere
su un pezzo di legno...
la forma
che qualcuno
aveva in esso impresso...
solo dopo,
negli anni,
ho imparato e inseguire
ogni piccola venatura
ed in essa
riconoscere
la mano
che si è mossa su loro,
senza mai interromperne
il cammino...
spezzarlo...
deviarlo...
frantumarlo.
ed ogni diversità
si è rivelata alla luce
raccontando essa stessa
di una mano...
di una lima...
di uno scalpello...
e le battute di pirandello
lievemente,
personaggio per personaggio,
viaggiano
tra i ragazzi.
in ognuno
"venature" diverse...
in ognuno diverso
il modo di impugnare
la lima...
di prendere in mano
il "legno"...
ed osservarlo
senza fretta
prima di incidere
un qualsiasi
"tratto".
e mi torna alla memoria
l'incontro
- appena qualche giorno fa -
con un' amica scultrice
che mi raccontava di pietre
poste in giardino,
al sole,
alla luce,
prima di lavorarle,
perché "adesso"
- non prima -
avevano chiesto di vivere
sotto i colpi
con cui lei
avrà necessità
di segnarle.
stasera i ragazzi.
come in una sporta
le parole
di pirandello.
dentro si sé.
dentro un giardino
che gli altri non sanno.
lì ove si propaga
il sole di ognuno...
lì dove riverbera
il riflesso
di una luce
che ciascuno
intimamente reca.
lì dove è
una verità
che non necessità
di alcuna apparenza.
lì dove io amo
immaginare
l'impellenza
d'essere ancora,
ogni giorno,
teatro.



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