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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
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di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 21 ottobre 2005
scendiamo senza parlare
le scale che portano al vicolo.
io due passi più avanti.
franco, dietro di me.
"è qui?"
ed i suoi occhi inseguono
le doghe di legno
fino al rosone di ferro battuto
che in alto chiude
il portone delle officine teatrali.

abbiamo lavorato insieme,
io e franco,
più di una volta.
abbiamo lasciato tra noi
il fondo delle tazzine di caffè
ad ascoltare amarezze o gioie,
più di una volta.
ci siamo confrontati,
scontrati,
ritrovati,
lui attore io regista,
più di una volta.
adesso qui,
con la voglia di condividere di nuovo
pezzi della nostra "vita",
ancora una volta.
i ragazzi lo accolgono.
sorrisi aperti... un po' di timidezza...
ma già uno di noi...

facciamo in fretta a cambiarci.
avverto pressante,
stasera,
la voglia di essere lì sotto quei neon.
come me, gli altri.
e cominciamo subito,
stasera,
a lavorare sul gesto.
un movimento semplice.
la mia mano davanti agli occhi,
come a segnare una retta
lungo la quale il mio corpo si protende
e che il mio corpo divide.
il braccio, ad angolo retto,
sostiene la mano.
la scosto con un movimento lento.
ora come fosse un tenda di lino...
ora come fosse nebbia sottile...
ora come fosse una ragnatela...
innanzi a me.
e rimuovendo ogni "verità"
davanti ai miei occhi,
lentamente avanzo.
oltre una tenda...
oltre la nebbia...
oltre una ragnatela...
e mi fermo,
quando il mio gesto si chiude
e velocemente la mano
ritorna innanzi ai miei occhi.
e di nuovo rimuove "ostacoli" al mio procedere.
e di nuovo io posso avanzare.
e la "verità" di ogni passo
non è diversa
dalla "verità" che si pone
al di là della mano.
ma poi più dentro.
frantumando il mio movimento.
il braccio come una squadra.
la spalla si articola.
non la mano. non il gomito.
e comincio a "indagare" la genesi
di un movimento semplice.
e subito si avverte il disagio
del "fare" qualcosa determinando
un impulso "meccanico".
e adesso riaffiora sulle mie labbra la parola "pensiero".
si prova da soli.
poi in coppia.
cercando la simbiosi che rende unico
il movimento del braccio dell'uno,
ed i passi dell'altro che avanza
dentro la "verità" che disegna nell'aria il compagno.
è solo un braccio che si muove,
ma diversamente la mia mano
al di qua di una tenda...
della nebbia... di una ragnatela...
e nulla è innanzi a me
se non ciò cui io sono in grado di dare vita.
con un semplice gesto.

non è solo un buio fuori di noi.
non è solo l'oscurità
che ognuno di noi conosce
e che per tutti è uguale.
oggettiva.
è un buio dentro di noi.
a nessuno comune.
per tutti diverso.
...e ricominciamo a giocare.
"è disagio?... è oppressione?
 è paura? timore?
 dolore?
 che nome devo dargli?..."
che nome dare a quegli attimi
che almeno una volta
hanno carpito l'anima di ognuno.
che l'hanno posseduta.
stretta tra le mani
- quasi a premerla -
lasciando gocciolare tra le dita
essenza del nostro essere più profondo...
più intimo...
sconosciuto a noi stessi
ed improvvisamente lì davanti a noi.
tangibile.
corporeo.
alessandro sul palcoscenico
cerca qualcosa
che sembra solo la risposta
al ricorrente
"...cosa ...come faccio?"
dimenticando ancora
che scegliamo di stare
sotto quei neon
per "essere"... non per "fare".
guardo franco.
distrattamente sale sul palcoscenico.
quasi senza badare a nulla.
poi il suo sguardo
assume un'altra luce.
gesti usuali divengono
inusitati atti...
tensione...
ed il brancolare nel buio
di una notte
diviene l'incedere dell'anima.
non dissimile da un camminare
cercando un "equilibrio" smarrito.
improvvisamente.
restiamo in silenzio.
guardiamo.
fino a quando un sorriso
sul volto di franco
di nuovo illumina le officine.
alessandro scivola in fondo alla sala.
lentamente guadagna il palcoscenico.
la sua mano accarezza il suo volto.
lentamente.
poi si allontana.
il suo volto... nudo...
maria si avvicina a qualcuno.
si china...
si distende...
poi di nuovo si alza... si allontana... fugge...
parliamo insieme di quello che è stato...
franco... alessandro... maria... ... ...io.
parliamo di un silenzio.
parliamo di un silenzio senza parole...
senza luce...
senza ombre...
parliamo di un "buio" che è stato...

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