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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 9 giugno 2006
finzione...
bugia... verità...
favola...
storia...
raccontare...
raccontarsi...
mille motivi
stasera
per tornare ancora
su ognuna di queste parole.
ancora.
fin lì
dove scrivere
lambisce
il teatro.
e le emozioni
si completano.
l'una nell'altra.
e restiamo ancora a parlare.
i ragazzi tardano.
è traffico per le vie di roma.
aspettiamo
intessendo
dialoghi attorno
ai nostri ultimi giorni...
pensando a quelli
a venire.

i ragazzi ci raggiungono
infine.
tutti dopo un po'.
si fa in fretta a cambiarsi.
"diamo un senso..."
e in un attimo
siamo già tutti
sul palco.

è spedita,
stasera,
la lezione tecnica.
non meno intensa
delle altre volte.
non meno impegnativa.
ma i ragazzi sanno bene ormai
la sequenza usuale.
né stasera
- abbiamo fatto più tardi -
è il tempo,
per impartire nuovi esercizi.
e nei ragazzi avverto inoltre forte
- non dicono nulla.
non chiedono nulla -
la voglia di essere sul palcoscenico
per giocare ancora
il nostro gioco.
lezione spedita,
dicevo.
ma senza fretta.
respirazione...
emissione...
modulazione e potenza vocale...
altezze...
lavorano uno accanto all'altro.
in gruppo.
mi piace guardarli.
essere tra loro.
mi investe quella tensione
che viene fuori
da ogni singola nota
emessa.
e in quella tensione
mi pare di percepire
la crescita di ognuno di loro
né mai avrei creduto
che fossero capaci
di raggiungere
i risultanti
che "vibrano" intorno a me...
eppure mai ha pausa
il loro chiedere...
la loro voglia di sapere...
di capire...
di crescere...
facciamo una breve pausa.
di nuovo riprendiamo
gli esercizi sul corpo.
sulla camminata, ancora.
ancora associando
coordinazione
e disarticolazione corporea.
ogni esercizio singolarmente.
più volte.
poi tutti insieme.
più volte.
e si lavora sullo sguardo, anche.
sulle direzioni.
su quella "nettezza"
che è pulizia
di ogni gesto
ed chiara,
nitida leggibilità
di ogni significare
legato al gesto.
mentre si prova singolarmente,
gli altri,
individualmente
studiano
la sequenza
dell'esercizio.
sorrido.
in ogni angolo delle officine,
adesso,
i ragazzi si muovono
secondo lo stesso ritmo
ma con tempo diverso.
vorrei essere capace
di musicare tutto questo.
anche agnese
che invece
per qualche istante
viene a sedere e a guardare
accanto a me.
sarebbe jazz
la nostra musica.
non diversa
dalle altre sere.
ancora jazz.

spegniamo la luce della sala.

torniamo a giocare
sul brano
tratto dal
"cirano di bergerac"
di rostand...
non mi accorgo quasi nemmeno
che spenta la luce
sul palco
i ragazzi lasciano fiorire
qualche bacchetta di cioccolata
e qualche piccolissima leccornia.
ormai è come un rituale.
ed è bello
questo dividere
cibo,
un quadrato di cioccolata,
un biscotto,
con la stessa naturalezza,
la stessa spontaneità
con cui dividiamo
il nostro essere sul palco.
cibo diverso.
diversamente nutre.
ancora qualcuno
tiene in mano
il foglio
ove è scritta la battuta.
vorrei non fosse così.
ma non voglio nemmeno
imporre nulla.
amerei che loro capissero
l'importanza
di staccarsi anche fisicamente
dal foglio.
e non perché
sono io a chiederlo,
ma perché essi stessi
devono avvertire
l'esigenza
di avere
"mani libere"...
molto più
che in senso metaforico...
maria sul palco.
non leggiamo, stavolta.
da subito
cerchiamo di dare una verità,
in piedi,
a quelle battute.
all'interlocutore
di cirano.
agli astanti
che non vediamo,
che non parlano,
ma che essi stessi
sono adesso sul palco,
tutt'intorno a cirano.
ed in silenzio,
ascoltano.
è l'esigenza,
in maria,
di "porre a distanza"
il suo compagno.
fisicamente
a distanza.
esigenza che nasce
dalla non "immediatezza"
della battuta di cirano...
dalla sua poetica
- poetica, non lirismo -...
dalla "verità"
che rostand
ci chiede di consegnare
alla nostra platea...
ma la distanza "fisica"
in teatro è Un luogo immaginario...
devo essere io
in grado di collocare
nello spazio
cose, persone,
e dar loro la verità
di un rapporto
con "me stesso"
e con lo spazio che entrambi
condividiamo.
eppure preferisco
"non ascoltare"
le richieste non dette di maria.
per me.
per lei.
per gli altri.
poi, alla fine della prova che
-ne sono certo -
lascia un po'
di sapore amaro
in bocca a maria,
decido di ripetere
la stessa scena
con agnese.
invitandola però stavolta
ad iniziare accanto a me,
giù in fondo alla sala.
e consumando la battuta
passo dopo passo
facendosi presso al palcoscenico
ove è il compagno
di scena.
e la battuta assume subito
una verità che prima non aveva.
l'assume anche in maria, adesso.
quando anche a lei chiedo di ripetere
lo stesso brano
percorrendo il medesimo tragitto
appena percorso
accanto ad agnese.
ma in teatro?
posso cominciare una battuta
con la stessa verità
che riesco a trovare
recitando
a venti metri di distanza
dal mio compagno?
adesso è come avere in mano un "come".
ma i "come" non servono a nulla in teatro.
non servono a nulla ai teatranti.
ed ecco che subito
ricerchiamo
- ennesima volta -
il nostro "perché".
dentro la battuta.
e dentro noi stessi.
rovistando.
ed ancora pensiero.
rapporti che variano.
come occhi che si incrociano per poi sfuggirsi.
apparentemente sfuggirsi.
in realtà continuando ad osservarsi.
reciprocamente.
sentendo addosso a sé
gli occhi dell'altro...
ed insieme
senza mai distogliere
gli occhi dall'altro.
eppure senza guardarsi.
adesso senza guardarsi.
ed è il pensiero,
ancora,
che guida ogni mio gesto...
che mi porta lontano
e che allontana...
che mi fa avvicinare
e che lascia che gli altri mi si avvicinino...
ed è nei ragazzi,
tutti,
man mano che provano,
una padronanza vocale
che consente loro
di spaziare da una tonalità all'altra
ubbidendo a null'altro
che a un pensiero;
quello che cirano,
parola dopo parola,
induce in noi...
un divertimento lievissimo
si fa spazio tra noi.
non goliardia.
mai ha trovato alloggio
tra le pareti delle officine.
ma quel divertimento
che viene
quasi da un reciproco sfidarsi
e al tempo stesso Incoraggiarsi...
si sorride quando la difficoltà
della battuta
fa scivolare su una parola...
si sorride
quando i significati
ci raggiungono tutti...
intatti...
nitidi...
cerchiamo ancora di capire
i tempi della battuta
legandoli
ai tempi di reazione
al nostro pensiero.
e si entra dentro un meccanismo
- lo stesso appartiene alla vita -
in cui il pensiero
si volge al particolare,
lo possiede già,
pur parlando
per primissima cosa
di un sentimento,
o di un sentire,
più generale.
i ragazzi si sorprendono.
ma capiscono.
e di nuovo
nasce la voglia di provare...
di riprovare...
ancora.
ma poi qualcosa blocca.
quel dannato foglio tra le mani
che sembra quasi ammanettare
e costringere a "Staccare"
e a "tornare"
e a "staccare" di nuovo...
patrizia ha una stizza
di rabbia.
in siciliano.
sorrido.
forse io più di tutti...

sul vicolo l'aria è fresca.
ci fermiamo come sempre
qualche istante a parlare.
è una cosa bella in teatro...
pensiamo di andarla a vedere insieme...
ci salutiamo...
ci rivedremo lunedì.
"cirano" sarà andato giù a memoria.
ne sono certo.
stasera ne sono certo...

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