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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
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di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 19 giugno
il laboratorio come un rifugio
innanzi all'afa
incalzante
di questa prima estate romana.
tra le spesse pareti
trasteverine
si sta bene.
è fresco.
leggo un breve scritto di margherita
mentre gli altri
raggiungono le officine.
non mi sorprende
ed insieme
mi meraviglia, leggerla.
non importa
cosa fosse quello scritto.
non importa
quali fossero le parole.
quelle dieci pagine,
tra le mie mani,
hanno anche il sapore
di una stagione
vissuta nelle officine.
e ancor più
sanno d'amore.
quello per il teatro
di una giovane donna
che si affaccia alla vita
scrutando dentro di sé
dalla piccola ribalta
che oggi
la sua passione le offre.
quanto ricorrenti
termini come amore passione...
quasi anacronistici
in questo nostro tempo
che tutto brucia
con la rapidità
di una improvvisa folata di vento.
una punta di orgoglio
- ma stavolta non è peccato -
sorge in me.
per margherita...
per i ragazzi...
per questo nostro essere,
e divenire,
giorno per giorno.
offrendoci reciprocamente.
semplicemente.
naturalmente.

stasera ci siamo tutti.
sul palco cominciamo i nostri esercizi.
la respirazione.
l'emissione.
la modulazione vocale.
sono gli ultimi giorni.
cerco di andare
ancora più a fondo.
mi soffermo ancora
a chiarire
i rapporti
tra la respirazione
ed i movimenti articolatori
della colonna e della cassa toracica.
li invito a non pensare
a questi esercizi
solo con la finalità
del palcoscenico.
non solo.
respirare meglio
è vivere meglio.
avere padronanza della propria voce
può divenire un ausilio
nella vita di ogni giorno.
nei rapporti interpersonali.
sul lavoro.
vorrei poter dire
l'esigenza che avverto
di dover "lasciare" in loro
qualcosa che esuli
una semplice
esperienza laboratoriale.
anche se per nessuno
le officine
sono mai state
solo un laboratorio di teatro.
senza interruzioni
andiamo avanti
attraverso
la serie di esercizi di questa sera.
piccoli suggerimenti
mentre mi muovo tra loro.
poi giochiamo
con la voce.
a diverse altezze,
dal tono più basso
fino al più alto,
in sequenza ognuno
"lancia"
il proprio nome.
dapprima la forbice
tra una tonalità
e la successiva
è abbastanza ampia.
poi la richiedo sempre più stretta,
ad aumentare la sensibilità
di ognuno.
e poi il ritmo.
incrementarlo
gradatamente
fino ad essere
sempre più "contigui"
ma badando
a non sovrapporsi.
a non accavallarsi.
a non "salire" sopra il compagno.

riprendiamo
il coro neutro.
in cerchio.
stavolta non dico nulla.
voglio siano loro,
da soli,
a dirigersi.
...viaggio nel corpo
...l'eroe
...un passo
...chiama
...lo sguardo come un filo
...lentamente
...ancora passi
...si aggrega piano un coro
...poi ancora passi
...l'ultimo
le mie dita come una forbice
a tagliare l'ultimo filo
che legava gli occhi
di tutti
come in una giostra silente.

spegniamo la luce.

i ragazzi hanno voglia
di continuare a giocare
su "ubu re".
voglia di continuare
a "divertirsi".
li assecondo.
riprendiamo dalla lettura
cercando
di ricucire
le considerazioni...
i pensieri...
le azioni
del nostro ultimo giorno.
qualcuno era stato assente.
ascolta incuriosito,
attento.
poi tocca a loro,
leggere.
altre riflessioni.
nuove.
diverse.
infine, stasera,
sul palco.
montiamo.
solo due sedie.
opposte.
lo schienale dell'una
contro quello dell'altra.
madre ubu e padre ubu
sono di schiena
tra loro.
proviamo ad immaginare
un contesto.
una "verità" scenica
all'interno della quale
vivono i due personaggi.
l'attesa degli ospiti.
questa la prima cosa
che questa scena ci consegna.
- come si consuma il loro aspettare?
il movimento...
il gesto...
adesso solo loro a dire.
la quotidianità
si impadronisce subito
del proprio essere in scena.
ma non è quella
che jarry
esige.
provoco i ragazzi.
li invito ad immaginare
un loro luogo,
un loro spazio...
- il loro luogo e spazio -
ed un tempo
che nessuno vede,
che è già stato vissuto,
consumato in una sorta
di sospensione
indugiando nell'attesa
di ospiti che non giungono ancora.
ed come se fosse un'attesa senza tempo.
ed insieme quasi
un indolente scandire
del tempo stesso.
ed è forse
da questo pensare
che trae origine
il loro abbandonarsi sulle sedie,
quasi due burattini
messi da parte,
in silenzio.
un silenzio
poi rotto dal sospiro
di madre ubu...
ritroviamo quella stessa verità
della battuta studiata
a "tavolino".
e la voglia di essere teatro
prende forma
nell'entusiasmo
e nella curiosità
per una nuova scoperta
che subito invade.
continuiamo a montare.
lentamente.
quasi parola dopo parola.
non io.
tutti insieme.
chiedo conferme.
spingo al confronto.
alcun indugio è nei ragazzi.
si abbandonano
ed al tempo stesso sono tesi
a controllare ogni cosa.
ed è sì, adesso,
voglia di sbagliare.
e sbagliano,
per ricominciare.
per trovare altre strade.
e percorrerle.
ed è il rapporto col compagno.
i tempi della battuta.
la sincronia
nei gesti.
la successione dei movimenti.
mai nessuno gratuito.
OGNUNO SEMPRE
QUALE RISPOSTA
AD UN NUOVO PERCHé.
montiamo solo poche battute.
ma è già un piccolo gioiello
nelle loro mani.
ed è loro.
ed è come
lo lascino scivolare
da una mano all'altra.
accarezzandolo.
avendone cura.
ma nulla è uguale a se stesso.
e quella pietra
che ora serbano,
che è loro,
è per ognuno diversa.
come in un officina,
lavorata con le mani.
e non esistono mani identiche.

la sera giorno di giugno
è già notte
anche stasera.
torniamo a cambiarci.
dall'altra parte della sala
mi raggiungono i sorrisi
ed un "ciao"
dei ragazzi
che già si avviano.
anche questa
è una piccola pietra...
un piccolo gioiello...
un istante di felicità donata...
o rubata...

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