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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 8 ottobre 2007
il bianco di una pagina,
prima che parole
la sporchino...
così come una stanza
vuota
che oltre una soglia
improvvisamente
si rivela allo sguardo...
o la notte,
intorno,
che avvolge
nel "suo" nero
qualsiasi tentativo
di luce...
è una sensazione
che prende corpo
ogni volta
il silenzio
mi si fa presso
e lentamente
prendo a rovistare
tra esili,
sfuggenti "pieghe",
che di nuovo
rivelano
cose di me
che non sapevo...
o che credevo,
forse illudendomi,
di avere
rimosso.
né è mai facile,
o semplice,
prenderle tra le mani,
quelle "cose",
e condursi
dentro una notte
che ancora appare
ostico varco...
o attraverso
il vuoto di una stanza...
o lungo un foglio.
bianco.
ed il silenzio,
mille rumori
lo spezzano.
rumori che so di avvertire
soltanto io...
che serrano...
e poi si allontanano
fino a divenire
labile discosto frastuono.
e poi ancora,
tornano.
né io tento di sfuggirli,
di tacerli...
ascolto.
ed in quell'indistinto,
frammentato risuonare,
cerco di distinguere,
di riconoscere,
note...
ed a quelle
poi abbandonarmi...
inventando
la melodia
che già "è"
in quelle note
ma che io ancora
non riesco
a intuire...
percepire...
comporre,
o ricomporre,
dentro di me...
e queste sensazioni,
identiche,
le riconosco
nei ragazzi intorno a me,
adesso che stare
intorno al proscenio
diventa
un serrato confronto
sul nostro "improvvisare".
ci fermiamo a lungo
a parlarne.
l'ultima parte della lezione,
gaspare già sul palcoscenico.
il "ricordo"
il tema di questo
nostro gioco,
stasera.
e le domande
dei ragazzi
si fanno sempre più
precise,
particolari,
dettagliate.
ed è come se qualcosa
ci fermasse
dal dare seguito
al nostro giocare
sul palco.
come se finalmente
si avvertisse
la necessità
di andare oltre
quel "qualcosa"
che fino ad oggi
ci ha incessantemente nutrito
e che improvvisamente
sembra non bastare più.
a loro, non bastare.
a me, non bastare.
e senza dirlo,
ma sentendolo
ancora affiorare
dentro me,
il nostro dialogare
inizia a tracciare
i contorni di un silenzio
spezzato.
di quel silenzio
che lentamente invade
quando mettiamo a tacere
voci usuali.
quotidiane.
conosciute.
ed il "ricordo"
trasmuta il palcoscenico
in una pagina bianca,
in una stanza
senza orpelli,
in una notte
che vuole essere attraversata.
e quel silenzio
diviene timore.
lo si sfugge.
lo si ricaccia via
trovando rifugio,
apparentemente certo,
in quei suoni
cui siamo avvezzi.
e non ci si accorge
che a volte
è solo una voce "diversa"
a suonare infine
le medesime note.
ed ecco che il nostro "improvvisare"
che è stato
il primo mezzo
per riconoscere,
in mezzo a tante altre,
la nostra voce,
adesso deve diventare
lo strumento
per esplorare
sonorità nuove.
ancora unicamente nostre.
ché non hanno luogo
altrove
se non in noi,
ma che più delle altre
hanno tonalità sommessa,
intima,
perché più delle altre
svelano
cose di noi.
e si ha timore
di noi stessi.
timore
di scoprirsi.
timore
di esporsi.
e per celare noi stessi
impregniamo
di noi stessi,
inconsapevolmente,
ogni nostra "necessità"
d'  "essere" ciò che pensiamo...
una parola...
uno sguardo...
un gesto...
penetrare quel rumoroso silenzio
come incidere un foglio bianco...
varcare una soglia sconosciuta...
violare una notte...
ed il coraggio,
poi,
di voltarsi.
e riconoscere a terra,
poggiato da una parte,
il nostro vociare,
al pari di un abito liso
che finalmente si smette.
con la voglia
di indossare
alcuna preziosità
ma semplicemente
i panni,
gli unici panni,
che possono vestire
l'emozione
di una verità
da restituire
a chi un'emozione,
in teatro,
vuole vivere.

cercavo una voce
che desse "voce"
ad un'emozione
vissuta scrivendo
un racconto,
ora che quel racconto
diveniva teatro.
infiniti suoni
si rincorrevano
nella mia mente.
ma in nessuno di essi
rintracciavo
l'essenza
di una verità.
poi lontanissimo
cominciai a udire
il "rumore"
- che così mi appariva -
di barili di ferro,
di pietre,
di vanghe,
di terra...
non riuscivo a capire
cosa fosse,
cosa mi dicesse,
quell'accozzaglia
di suoni
che si affastellavano
in me.
poi provai a seguirli.
e li rintracciai
nelle percussioni
di laura, prima...
di danila, dopo...
ed era verità...
e ciò che appariva rumore
donava inusitata
leggerezza,
e forza insieme,
a quella mia verità.
e fu meraviglia.
quella stessa meraviglia
di cui non smetto,
ogni giorno,
di avere bisogno...
quella stessa meraviglia
che nutre
il nostro essere qui...
che fa pulsare
le officine,
sera per sera.
ancora...


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