diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
.
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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mercoledì, 24 ottobre 2007
dedalo di vie
-antiche mulattiere -
si inerpicano
attraverso
borgo medievale
aggrappato
al crinale
di una collina.
aspra.
arrogantemente
montagna.
tra piccole case
fatte di non più
di una stanza
una sull'altra;
tra voci che dialogano,
violando vicoli muti,
oltre soglie appena dischiuse
una innanzi all'altra;
tra scale di pietra
ove lo sguardo scivola ancora
sui segni violenti
incisi da uno scalpello,
fino a rintracciarne la mano
che ne guidava
la punta;
tra gesti semplici
fatti di un tozzo
di candela profumata
offerta
incontro alla notte
e ad un temporale improvviso;
tra sguardi nudi,
curiosi,
che scrutano
senza mai abbassarsi
chiedendo non più di un sorriso,
o solo una stretta di mano.
forte.
senza mai abbassarli,
gli occhi.
lì ho più spesso condotto
i miei passi.
lì li ho ritrovati
quando ho immaginato,
creduto,
di averli smarriti.
immagini
che mai necessitano
affiorare
dentro di me,
perché dentro di me esse sono,
perché di esse stesse
io mi riconosco figlio,
perché la mia materia
è la stessa materia
che esse compone;
immagini
senza le quali
mai avrebbe avuto genesi
la vita
dentro la quale io mi conduco;
né mai genesi
avrebbe avuto
quest'oggi
che condividiamo
tra pareti disadorne,
fredde a volte,
nude sempre.
ma impregnate
ormai
di un'essenza che non so dire.
ma che mi meraviglia
ogni sera.
che meraviglia.
ogni sera.
e quegli stessi vicoli
li sento
quando prendono
a incrociarsi
dentro di me.
attorno a me.
fino a creare
un labirinto
che non incute paura
ma che sembra invece
invitare a cedere
alla sua malia.
a penetrarlo.
passo dopo passo.
senza guardare
indietro.
o arrestarsi.
o pavidamente dubitare
di un passo compiuto.
e mi sembra
di tirarli per mano,
dolcemente,
questa sera,
i ragazzi.
attirandoli
attraverso un altro labirinto
che si è aperto
inaspettatamente
innanzi
a me,
a noi,
a giulio...
scrive,
giulio.
da meno di un mese
ha preso
a raccogliere
le mie provocazioni
ed a trasformarle
in racconti.
un uomo qualunque,
che vive la notte
per sopravvivere
al giorno.
una guardia giurata,
una periferia
che è già sobborgo,
gente diversa,
spavaldi o accattoni,
che ugualmente
fendono
ore senza luce,
troppo lunghe
per chi le spartisce
solo con una pistola
e con la propria paura.
ho letto con calma
quel racconto.
la prima volta
una settimana fa.
e ho lasciato che mi conducesse
attraverso strade
spezzate dal riverbero quarzo
di lampioni
uno identico all'altro.
ho lasciato
che il rumore delle auto
invadesse il silenzio
del mio scorrere
quelle parole.
ho lasciato
che i miei occhi
distinguessero nel riflesso notturno
uomini come ombre
e ombre
che erano rifugio,
o tana,
di altri uomini.
ed ho provato
ad addentrarmi
lungo la via
che giulio
mi offriva.
ma qualcosa
continuava
a tenermi lontano.
discosto.
vedevo luoghi,
udivo rumori,
inseguivo ombre...
ma mi accorgevo che non erano "mie"...
erano ancora
quelle che giulio
voleva io vedessi.
come conducesse
i miei occhi
attraverso il suo sguardo.
ho chiesto a giulio
di riscrivere
lo stesso racconto
ma lasciando
che quell'uomo
con una "pistola inutile"
nella fondina
fosse libero
di raccontarsi
quale realmente
egli stesso è.
senza pudori.
senza timori.
senza i lacci
di china
dai quali era avvolto,
cinto,
costretto.
io come lui.
non ho letto
il racconto.
non ancora.
maria ne distribuisce
una copia ai ragazzi.
è la prima
volta,
questa stagione,
che leggiamo
un brano
di uno dei ragazzi
del corso
di "scrittura creativa".
giulio è emozionato.
lo sono anche io.
non come lui.
ma lo sono
anche io.
cominciamo a leggere.
le parole
iniziano a fluire.
giulio
non si muove
sulla sua sedia.
come se un'inaspettata
rigidità
lo avesse
improvvisamente
invaso.
incrocio i suoi occhi.
ogni tanto.
ascolto.
ascolto la notte
di giulio.
rivedo luci,
ombre,
uomini,
sagome spezzate.
e la paura.
e la corsa
attraverso le ore.
ascolto la notte
di giulio.
fino al giorno.
ma stavolta
la china
è incapace
di alcun nodo.
stavolta
non vi sono soglie
da oltrepassare...
solo abbandonarsi
a quelle immagini
che giungono
col ritmo
di un giorno
già morto
che anela
rinascere
ancora.
e la paura
di un uomo,
io,
la tocco.
i ragazzi
cominciano
a parlare tra loro.
come sempre.
come ogni volta
anche stavolta.
io li seguo.
ascolto.
chiedo.
provoco.
e nulla mai
rimane
appaiato
al silenzio.
giulio interviene.
spiega.
interagisce
con i ragazzi
come un autore
con un gruppo
di attori.
naturalmente
ancora.
ed io non riesco
a tacere,
né voglio
tacerle,
immagini
di mulattiere
di pietra
che si inerpicano
tra voci,
odori,
occhiate silenti...
sentieri antichi,
tortuosi,
che si percorrono
senza un perché.
si percorrono
solo.
e la meta
è solo un poco più su...
oltre
una mulattiera di pietra
ancora...
oltre ancora.
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