diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
.
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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venerdì 23 - lunedì 26 novembre 2007
ore
gremite
da immagini
- vive ancora -
naturalmente
"emerse"
dai versi
di beckett
che
da uno spazio vuoto
evocano
verità
che colmano.
ma che quel "vuoto"
non ledono.
trasmutano
l'una nell'altra,
affiorando.
per poi di nuovo
annullarsi
nel medesimo pulsare
di uno "spazio vuoto".
è il nostro tempo,
questo tempo,
stasera.
né tra le poltrone
di un teatro;
né tra gli sguardi
sconosciuti,
eppure tra loro
simili
- adesso simili -
al riaccendersi
delle luci
di sala;
Né nello scroscio
di applauso
non rituale,
o dovuto;
non in quei luoghi
rimane
la "meraviglia"
che si divelle
dalle assi
del palcoscenico
e ciascuno
invade
con la
irrefrenabile levità
che sola è
delle emozioni.
così il teatro
di brook.
è il nostro tempo,
questo tempo,
stasera.
scivolare
verso il buio
- mai lo stesso buio -
qui,
tra le pareti
delle officine,
ha incredibilmente
un sapore
diverso,
stasera.
come sottilissima
attesa
che qualcosa,
qualunque cosa,
si compia.
al buio,
d'estate,
in una piazza
sempre affollata
di luci,
di voci,
di bambini...
adesso silenziosa notte cieca.
sulla pelle la brezza
delle madonie...
facile alibi
ove celare
apparente quiete
scandita
dal ritmo
di un cuore
che più veloce batte...
prima delle luci...
prima delle parole...
prima della scena...
solo attesa,
prima.
ricorrente "attesa".
la conosco.
la riconosco.
nell'impazienza
che a volte
pervade
le nostre ore
inseguendo risposte
che si vorrebbe
cogliere
con la stessa
facilità
con cui
insorgono domande.
ed il
"nulla"
prepotentemente
colonizza
lo spazio inesistente
che improvviso
si pone
innanzi alla nostra voglia
di "essere".
quando lunghi minuti
trascorrono.
e lo si sente
il tempo
scorrere.
se ne ha percezione.
e dilatata
ogni misura
di esso.
ma non si smette
"l'attesa".
ed in quel tempo
senza misura
lentamente
prendono
a costruirsi
istanti...
ancora istanti.
per strappare
ad uno spazio vuoto
una "verità"
che solo vive
il tempo
prima
di una nuova
attesa.
adesso
è il palcoscenico
nudo,
spoglio...
e quell'attesa
di qualcosa
che aleggia
tra noi.
e una sensazione
di pienezza,
e di vuoto
insieme,
che ancora,
dentro,
si muove...
e le parole
di beckett...
e i gesti
di brook...
echeggiano...
senza tacersi
ancora...
ed il riconoscersi,
il volersi
riconoscere,
in un linguaggio
fatto di questo stesso
"nudo"...
di questo stesso
"spoglio"...
dinanzi a noi,
ora.
e mi accorgo
che lentamente
quell' "attesa"
è come
se ci accolga
dentro di sé...
né noi
cerchiamo
di sfuggirla...
ricacciarla...
né di sottrarci
ad un gioco,
al nostro gioco,
che percepiamo
esigere
altro.
da noi.
altro, stasera...
o forse
soltanto
il coraggio
d'essere "spogli".
come questo
piccolo palco.
come
il "vuoto".
come
il teatro.
ed "è",
in quella nudità,
che è nostra,
che è di un luogo,
che è di un tempo
o di uno spazio;
lì "è" quella
verità
che incessantemente
cerchiamo
di trarre
alle ombre.
o alla
luce.
indifferenti entrambe
quando
immobili
restiamo,
insensibili
all'impercettibile
nitore
di una
nuova aurora.
sulla rena,
dinanzi al mio mare,
infinite volte
ho atteso
una nuova alba.
e mai
il sole
è sorto
nello stesso cielo.
mai sullo stesso
mare.
ma ogni volta
dalla cecità
dei primi
lunghi
raggi di sole
infissi
nei miei
occhi,
ho ricevuto
in dono
la certezza
che la notte
era morta
trascinando via
il giorno trascorso
e che
un nuovo tempo,
adesso,
dall'oscurità,
era.
forse per questo
amo il buio,
la cecità,
che fa preda
di me.
forse per questo
mai distinguo
una fine,
o una regola,
al mio "gioco".
forse per questo
mai due giorni
sono trascorsi
uguali
tra le pareti
delle officine.
forse per questo
mai la paura
ha prevaricato
l'attesa.
una pagina
sola,
non casualmente,
a consegnare
a questo diario
ed ai miei
sette lettori
l'ultimo
tempo vissuto.
insieme.
io e i ragazzi.
insieme.
daniele e maria
sul palco.
insieme,
sul palco.
per la prima volta.
il loro gioco
comincia
diversamente
dalle altre sere
trascorse.
ed in loro
l' "attesa"
inizia
ad assumere
la forma,
i contorni,
di quel qualcosa
che non sappiamo
ancora.
ma che avvertiamo
in un loro divenire
che reca
il significato
di un nuovo passo.
incerto ancora.
coraggiosamente
nuovo.
e lentamente
l'attesa
si snoda,
si allenta,
si scioglie...
silenziosi
passi
inconsapevolmente
sfuggendola...
adesso,
sfuggendola.
adesso.
fino a quando
sarò di nuovo,
finalmente,
"attesa"
ancora...
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