diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
.
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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lunedì, 17 - venerdì 21 dicembre 2007
...e vorrei bastasse
non più di un alitare leggero
a sgravare
"bianco"
- sottile patina -
che invisibile
si adagia.
a celare.
necessario o ultimo
rifugio
di improvvisi
dolori.
o inusitate
emozioni.
sottile patina.
solo il tempo
rimane poi
unica lama
capace
di lacerarla,
restando infine
brandelli
"bianchi"...
solo
cenci.
con cui
il vento
dei giorni
si diverte a giocare...
ora improvvisamente
sollevandoli,
sferzandoli,
sbattendoli...
ora
abbandonandoli
ad un dondolio
che mai
è quiete...
così il tempo.
istanti,
minuti,
ore,
giorni...
senza misura...
e le
parole,
al silenzio,
in nulla
dissimili.
ed il silenzio.
che mai necessita
parola
alcuna.
solo tempo.
come coltre.
e scostandone
lembi
adesso
i miei tratti,
su questa pagina,
a dire
le frasi spezzate
che raccolgono,
che forse
vorrebbero porgere,
il contorno
dell'incessante divenire
di pensieri,
gesti,
ed "altre" parole,
qui,
tra le pareti
delle officine.
ove non ha luogo
il bianco.
ove non ha luogo
il tempo.
e che pure
nel bianco,
e nel tempo,
respirano.
ed è un respiro
come vento;
forse
il primo
di giorni
a venire.
incapaci
il tempo o il bianco
d' "essere"
mai una volta,
per una seconda volta,
uguali a se stessi.
chiudo gli occhi,
stasera.
i ragazzi
in cerchio intorno
a me,
sul palcoscenico.
non siamo
tutti.
inaspettatamente
ancora
il "bianco",
stasera.
non siamo
tutti.
tra noi
scivolano
le parole
della "prima"
drammaturgia
dei giovani autori
delle officine.
ascolto.
i ragazzi
del corso di teatro
leggono
ognuno la loro parte.
quelle parole,
per la prima volta,
stasera,
anche per loro.
scorrono
le battute.
personaggi
acerbi ancora
ma che pare
sentirli
già protendersi
verso una loro
verità,
fino a
suscitare
immagini
di essi stessi.
del loro
agire.
del loro dialogare fitto.
del loro attendere.
del loro ascoltare.
della loro
necessità
che qualcuno,
un altro,
lì,
ascolti.
e parliamo,
poi,
tra noi,come sempre.
ed è come
se tutti insieme
prendessimo
a scostare
terra,
fino a cercare
in fondo,
giù in fondo
- friabile,
umida,
fra le dita -
la più fertile...
e ciascuno,
là in fondo,
riporre
semi
del proprio sentire...
del proprio
vivere
immagini
- fugaci adesso -
ma che si prendono
ad accarezzare...
di cui
si vuole
cominciare
ad avere cura...
ed è un "affidarsi"
reciproco,
tra chi
a quelle parole
ha dato genesi
e tra chi
a quelle parole
vuole dare
vita...
parola rara,
affidarsi.
parola
che a volte
incute
tenue timore...
che più facilmente
conduce
a ritrarsi...
che denuda.
inevitabilmente,
denuda.
ma stasera,
ancora stasera,
abbiamo
le mani
sporche tutti
della medesima
terra...
nera
fino sotto
le unghie...
vagheggiando
in queste
piccole gemme,
radici...
che forse
non saranno
mai,
domani,
né tenero arbusto
né albero,
ma che
oggi,
adesso,
sono ciò
in cui crediamo...
gemme.
solo gemme.
ed è come
se ritualmente
passassero
tra le mani di tutti,
ognuno
aprendo le proprie
in quelle
dell'altro,
che accoglie,
che custodisce,
che ancora
ad un altro porge.
e si intridono
della terra
d'ognuno
correndo
di mano
in mano.
e si incidono
dentro di me
questi istanti
che riconosco
appartenere
solo a noi.
a ciascuno.
diversamente,
a ciascuno.
e sono immagini che
- già so -
nessuna memoria
porterà via.
sono occhi di pece
avvolti dal fumo
di una cioccolata calda,
intorno al tavolino
di un bar...
e il mare,
nero di notte,
ad origliare
discorsi comuni...
e sorrisi...
e pensieri
che conducono
lungo
istanti lontani...
e passi di corsa
sul selciato
attraversando
il freddo...
affidandosi...
senza chiedersi
un come
o un perché...
non so
se queste parole
possono bastare
a dire l'amore,
quando l'amore
è capace
di avvolgere
l'un l'altro...
qui.
ora.
adesso.
intorno
ad una gemma
come
occhi di pece...
la terra
scivola via
adagio
dalle mani
quando
richiudiamo
i brevi copioni.
ed è come
se vento
avesse
silenziosamente
percorso
le officine,
questa notte
prima di natale,
questa notte
prima di andar via,
questa notte
prima di lasciare
che sia
il vecchio portone
di legno
a custodire
le nostre
piccole gemme...
adesso
il vento
si placa
ed il "bianco"
di nuovo,
senza preavviso,
riaffiora...
adesso
che mi guardo
attorno
e ancora
mi accorgo
che non siamo tutti,
stasera...
guardo i ragazzi...
e forse più di altre sere,
questa,
siamo stati
solo bambini...
bambini che corrono
sulle loro biciclette
lungo i viali
di un parco.
e si fa vento,
l'aria,
incontro
agli occhi.
fino a sciogliere
lacrime
beffarde
d'ogni pianto,
che solcano
il viso
svanendo
ingoiate
da un sorriso...
o in fondo
ad urla di sfida
- la quercia
ultima meta -
lanciate
l'un l'altro...
non per vincere,
non per superarsi,
ma semplicemente
per non
smettere
di correre...
per non smettere
di giocare...
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