diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 31 ottobre 2005 veronica... stas... per la prima volta stasera con noi. seduti intorno al palcoscenico parliamo. racconto un po' della nostra storia. racconto delle officine. il perché di una scelta. la voglia, o l'ambizione, di voler essere altro. la caparbietà di voler "essere". senza fronzoli, ciò che siamo. senza fronzoli, ciò che mai saremo. sul palcoscenico. riprendiamo gli esercizi. stasera cominciamo dalla respirazione. usualmente, per alcuni di noi. con la curiosità di una nuova scoperta, per gli altri. di nuovo sul diaframma. e mai le stesse sono le domande che vengono poste. ad elementari quesiti se ne aggiungono altri... via via più particolari... più tecnici... è un viaggio dentro se stessi, scoprendo la "meccanica" che presiede ogni funzione vitale. vedere, davvero "vedere", il proprio corpo agire. e controllare. e dominare. ogni suono è "voce". ed ogni "voce" non è mai semplicemente da Sé. anche adesso è il pensiero a condurre. prima il mio respiro, dopo i miei passi. scomporre il movimento in ogni singolo atto che lo compone. intuire il significato dell'apertura di un gesto. seguirne lo sviluppo nello spazio intorno a me. determinarne la chiusura. incessantemente "perché". e poi tra tutti, qualcuno: "ho sbagliato..." ed è un sorriso raggiungere il traguardo del saper riconoscere un errore. per non più sbagliare. non nello stesso modo. adesso diversamente sbagliare. capire cosa "non è" per riconoscere ciò "che è". la prima improvvisazione è sempre sull' "attesa". veronica sale sul palcoscenico. le fa un po' paura non poter parlare. non poter mimare. è buio in sala. le luci sulla sua figura sembrano ancora più fredde. a denudare la timidezza, o il disagio degli occhi degli altri che guardano. e lei li distingue. non è penombra abbastanza da renderle ciechi quegli occhi. lentamente si muove. essenziali i suoi gesti. a significare un'assenza. poi seduta sulla pedana come un riccio si chiude. restiamo in silenzio. il silenzio che veronica ha chiesto. il silenzio che poi lei stessa interrompe sollevando lo sguardo e cercandoli adesso gli occhi degli altri. nella penombra. e parliamo. e lentamente ricomincia lo stesso confronto che già è stato nella passata stagione. "qualcosa non arriva, rimane lì, sul palco..." parliamo. ed è un dolore vissuto che prende forma nelle parole di veronica. un dolore che vorrebbe svanire alla fine dell' "attesa" di qualcuno che non è più. e parlando si rivelano le pieghe di una sentire celato. intimo. non violato, adesso. esposto. semplicemente. ed in quell'attesa era il senso di un vuoto. di qualcosa che attende di essere colmato. non sostituito. appagare "pienamente" i giorni sfuggendolo, il vuoto. veronica vuole di nuovo tornare sul palco. di nuovo mettersi in gioco. osare, di nuovo. ancora i silenzio. ancora i suoi gesti. ma stavolta qualcosa lentamente dilaga. e gocciola oltre la scena. e noi lo cogliamo. emozione di un attimo. ma che "è". tangibilmente, "è". e su quel vuoto riprendiamo a parlare, a cercare, a provare. a giocare. le ore scivolano via. ed altre domande ci accompagnano anche stasera oltre il buio, verso il nostro portone di legno... .....next back |