spazio
una volta, qui, era un frantoio.
nel cuore di una roma che non ha i sapori né i colori di trastevere.
intorno gente
troppo occupata ad inseguire
le proprie piccole beghe.
o forse solo troppo annoiata
impigrita
ingrigita.
semplicemente.
un'umanità
che non sconfina
l'uscio di casa
per stendere i panni nel vicolo
e distendere un sorriso incontro alla fretta dell'altro.
e misurare il tempo.
acino di città,
una donna sciupa il suo tempo
distogliendo lo sguardo o il saluto;
ed intorno ad un mezzo toscano già spento
si consumano si consumano i passi veloci di un altro.
senza stupore.
entrambi.
e le officine divengono un'isola.
vestite di giallo di sole.
ed in mezzo a questo mare
di silenzi inutilmente chiassosi,
solo il teatro
torna ad avere voce di nuovo.
ancora.
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nulla è cambiato.
si spengono le luci della sala.
ed un piccolo miracolo ritualmente si perpetua.
le pareti svaniscono.
sorgono alberi che affondano nella terra radici secolari.
deserti.
anonimi interni di un condominio.
una via caotica.
strade notturne di una roma che non c'è più.
tempi e luoghi senza misura.
"emozioni", il nostro
spazio.
un luogo dove piangere o ridere, diceva eduardo.
il luogo dove ogni giorno il teatro rivela, mai uguale, la sua verità.
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