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diario d'officina

si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via -  senza fretta - indumenti che calzo sui miei pensieri
che striano di  ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
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sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...

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mercoledì, 19 gennaio
insolitamente, mercoledì.
per le officine, insolitamente.
giornata molto fredda.
vicolo del cedro è spazzato da un vento teso, continuo.
mai stanco.
forse per questo ho la sensazione che stasera saremo in pochi.
alessandro arriva avvolto nel suo giaccone.
restiamo a parlare un po'.
e più forte è la sensazione che stasera saremo forse solo io e lui.
sorrido dentro di me.
non importa.
cominciamo ugualmente a lavorare.
ma la mia sensazione si rivela subito
non essere altro che una sensazione.
infreddoliti, piano piano, arrivano gli altri.

cominciamo a lavorare in modo più particolare sulla voce.
una "m" masticata per riscaldare e rilassare le corde vocali.
poi è "emissione".
forse i primi esercizi elettivamente finalizzati
all'associare  respirazione ed emissione vocale.
la "m" assume gradualmente il suono di una "a".
come fosse  disteso su un vassoio,
il suono nasce da ognuno.
il diaframma sostiene...
le note prendono via via corposità... dilagano...
ancora incerte,
ma con la consapevolezza di quella "incertezza".
e da quella consapevolezza prendere le mosse
per proseguire lungo un  percorso tracciato
e insieme intravedere già nuove mete.

torniamo a lavorare su marquez.
ma stavolta i versi sono spunto di improvvisazione corporea.
in quelle poche parole, non più di un'unica frase,
sono celati mille significati.
proviamo a scoprirli e a dar loro verità solo in un gesto.
inconsapevolmente ognuno inizia a frantumare
le parole...
a cercare  dentro di sé un riflesso, una tenue luce,
che illumini quelle parole che altrimenti
non resterebbero altro che parole.
e quella luce, poi, donarla a chi mi sta di fronte...
ma bisogna sapere il buio, per riconoscere la luce...
e di quel buio, mai avere timore...

ci lasciamo così, stasera...
nel buio.
ma con la promessa reciproca, intima, non detta,
di un bagliore...

andiamo via.
il vento è rimasto sul vicolo. ad attenderci.

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