diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 17 gennaio
ancora qualcuno, stasera, per una lezione di prova.
qualcuno con qualche esperienza già maturata.
qualcuno che non ha mai "vissuto" il teatro.
dedico un po' più di tempo a loro.
non so se torneranno.
ma a volte non è importante "rivedersi"...
più importante è "non dimenticarsi".
mi stacco dal gruppo.
osservo.
l'imbarazzato impaccio che rivive ogni qualvolta
qualcuno venga a trovarci.
l'imbarazzato impaccio
che in breve è svanito in chi è rimasto.
gli esercizi hanno una loro ritualità.
quasi un automatismo.
ed è ciò che non amo... ciò che non vorrei fosse mai...
è lo stesso "tecnicismo" cui a volte assisto.
da spettatore.
e mi chiedo come, dove, siano svanite altre cose
senza le quali alcuno sceglierebbe mai l'"arte" del teatro.
lo combatto.
volta per volta, nello scorrere gli stessi uguali esercizi,
cerco di rintracciare qualcosa di nuovo.
e devo scavare.
dentro me.
"una cosa che si impara... una cosa che non si insegna..."
una cosa che vorrei riuscire a trasmettere.
ci provo...
abbandoniamo i versi stasera,
per tornare a lavorare ancora sul corpo.
-"parlami coi piedi..."
le mani sul volto come una benda,
a celare ogni espressione,
e i passi che lentamente prendono
a raccontare storie.
inventate o reali...
purché abbiano una loro verità sul palco.
e dai passi cominciamo a intuire...
qualcuno riconosce emozioni condivise
con l'amica che adesso è sul palco...
"riconosce..."
ma quella stessa emozione la riconoscono anche altri,
sconosciuti fino a qualche ora prima.
esiste allora un linguaggio che non è solo parola,
ma che reca la stessa forza della parola...
"riconoscere"... "acquisire"... "condividere"...
e l'emozione già non è più sul palcoscenico...
già non è più di chi la crea... o la rivive...
ognuno ne ha già rubato un frammento...
teatro...
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