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diario d'officina

si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via -  senza fretta - indumenti che calzo sui miei pensieri
che striano di  ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...

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venerdì, 18 febbraio
gli esercizi hanno acquisito una loro regolarità.
in silenzio.
concentrati.
cammino tra loro.
controllo; consigliando, se necessario.
staccarsi dal meccanicismo di un movimento, adesso.
rilasciarsi per assumere quella
"respirazione naturale"
che non deve essere solo "tecnica"
di palcoscenico,
deve  sempre più divenire
qualcosa che appartiene al mio quotidiano.
le rigidità che a volte avverto
toccando il loro diaframma che si contrae,
o il dilatarsi della cassa toracica,
sono sintomo
di un qualcosa che ci si "appresta" a compiere
- il prepararsi ad eseguire l'esercizio -
ove quella "respirazione"
non è ancora qualcosa che fa ormai parte di me.
mi accorgo di pretendere troppo.
sono trascorsi appena quattro mesi.
avverto tangibilmente
il singolo "crescere" di ognuno.
e sorrido quando correggendo
qualcuno mi dice
"me ne sono accorto"...
avere cognizione dell'errore
per poi far meglio...

stesi a terra...
rilassandosi...
attingo il mio respiro dalla terra
ed alla terra poi,
come fosse una lama,
lo restituisco...

i versi di dante,
i primi della divina commedia,
come una scala musicale
da percorrere aumentando gradatamente di tono.
o gradatamente scendere.
e controllare il volume della mia voce.
dissociare intensità da altezza...
uno per uno sul palco.
uno per uno ancora un passo in avanti.

esiste una verità tra i versi che leggiamo.
quella che ci consegna l'autore.
quella che ci suggerisce la critica.
proviamo ad andare oltre.
a creare una "nostra" verità.
mai la "mia"...
la "loro"...
per ognuno diversa,
forte da non mutare.
verso dopo verso
poter dire a se stessi "ci credo"...
leggere negli occhi degli altri "ti credo"...
è così che per valentina è un ufficiale a parlare...
un operaio per enrico...
ed i miei "perché" a scandagliare i loro pensieri.
immaginare un luogo ed un tempo
che devono vivere nelle mie parole
per poter poi vivere in chi le ascolta.
e combattere col testo...
possono queste frasi appartenere
all'uomo che "credi" le stia pronunciando?
non sei tu che dai vita a lui...
ma è lui che vive tramite te...
come elidersi e lasciare che quella verità
possa fluire dentro me
senza barriere...
trovare la via d'essere se stessa.
il mio corpo...
la mia voce...
i miei occhi, i gesti...
il pensiero...
per primo, il pensiero...
la parola...
e la "tecnica" diviene solo un colore...
a sfumare... o a rendere saturi i miei pensieri...
il mio essere lì, adesso, e dire "parole"
che mi appartengono
- sono mie -
per un tempo lungo quanto la mia "verità"...

donatella sale per ultima sul palco.
legge.
non dico nulla.
voglia di risentirla, ma senza il foglio tra le mani.
adesso è già tardi.
eppure non riusciamo a smettere.
come se qualcosa da dirsi insista ancora.
parliamo.
ancora un po'.
tutti.
poi, solo poi andiamo via.
e come ogni sera
è questo l'attimo in cui la stanchezza
contende di nuovo
agli occhi
la fredda luce di un neon.

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