diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 21 marzo
la ragazza che serve al tavolo
porta le patatine
quando abbiamo già iniziato a mangiare
la pizza...
ci guardiamo tutti...
sorridendo.
posiamo il vassoio di legno da una parte del tavolo
ogni tanto allungando la mano
per prenderne una...
stasera abbiamo finito prima.
per stare ancora insieme,
abbiamo finito prima.
per allungare la mano
e prendere una patatina dallo stesso piatto,
abbiamo finito prima.
e cominciamo prima stasera.
lì dove abbiamo interrotto
il "discorso"
l'ultima volta.
sul palco ancora alessandro e donatella.
sul palco ancora campanile.
come avessimo una lima tra le mani
cominciamo a raschiare
non diversamente da un ebanista
che voglia svelare,
una ad una,
le venature del suo legno.
-"un palcoscenico nudo;
una luce bianca fredda abbacinante,
uniformemente lo illumina.
poltrone rosso scuro in platea.
nuove. come mai usate.
intorno una folla che non smette di agitarsi"
ed in poche parole
prende forma... colore...
verità fino a percepire odori...
ascoltare voci...
respirarne la polvere...
così il teatro dove "vive" il personaggio
che alessandro "vuole".
ma la nostra pedana
non è il palcoscenico nudo di un teatro,
né intorno vi sono poltrone rosse...
né gente che incurante dialoga.
ma tutto questo io voglio vedere...
"devo" vedere...
senza mostrare nulla, "vedere"...
non ha nessun attrezzo in mano, alessandro...
nessuna "lima".
solo se stesso...
e la verità della sua bugia.
si guarda intorno, alessandro.
a lungo.
poi, comincia a parlare.
lo fermo.
come fosse un uncino una sua mano si contrae
rivelando una tensione
che non appartiene al personaggio
ma che è di alessandro.
lo correggo.
si accorge anche lui.
riprova.
le parole fluiscono senza fatica,
ma diversamente da quelle
che erano state "ieri"
ed un istante fa ancora.
donatella ascolta.
ma non si muove. non parla.
non subito.
la verità di alessandro è anche la sua.
ed in quella verità deve adesso agire.
rapportarsi anche lei
con quello stesso immaginario teatro
e con un personaggio
che fino a prima era altrove.
non lì.
-"avverto l'esigenza di avvicinarmi a lui...
non "posso" più stare qui ferma..."
non avevo detto nulla.
né gli altri intorno a me
avevano suggerito qualcosa...
eppure tutti avvertivamo
identica
la stessa "esigenza" che donatella ci dice.
-"lascia fluire ogni pensiero dentro di te...
credi alla stessa bugia...
fai...
sbaglia...
più di ogni altra cosa, siamo qui per sbagliare..."
e proviamo ancora...
ancora una... due... tre volte...
e di più, ancora...
e lentamente
percepiamo odori... colori... voci...
la polvere di un teatro che non c'è...
ma che esiste...
diversamente esiste dentro ognuno di noi...
diversamente...
così come alessandro e donatella lo donano...
così come ognuno di noi lo accoglie...
non ci vedremo per due lezioni.
le festività della pasqua
ci obbligano ad una pausa
che forse non vorremmo...
avevamo già deciso
di mangiare una pizza insieme.
ci avviamo...
ho voglia di patatine fritte,
stasera.
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