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diario d'officina

si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via -  senza fretta - indumenti che calzo sui miei pensieri
che striano di  ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...

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venerdì, 18 marzo
è non lontano dal laboratorio
un piccolo negozio
dove sono articoli i più diversi
intrisi del linguaggio
di altri popoli.
sbircio oltre l'uscio.
su una parete è una maschera.
tre volti come partoriti uno dall'altro...
un mostro che ride...
che piange...
che in una smorfia si burla di me
che rimango immobile...
a guardare...
-"è di un amico persiano..."
in un italiano improbabile
un ragazzo mi racconta la storia
di quella maschera...
lo ascolto.
poi, mi congedo.
tornerò...

-"ti amo..."
abbiamo dialogato a lungo,
in cerchio intorno alla pedana,
prima che affiorasse questa frase breve.
pronunciata da tutti.
almeno una volta nella vita...
diversamente vissuta.
almeno una volta nella vita...
sofferta, anche...
da tutti.
almeno una volta nella vita.
-"qual'è la mia verità quando dico ti amo...
  dove devo cercare?...
  cosa?..."
sono istanti in cui il teatro
finisce di essere parola
e diviene "fatto".
adesso uno di questi istanti.
improvvisiamo sul palcoscenico.
solo una regola:
"ti amo" la prima battuta.
non dico nient'altro.
così iniziano enrico e valentina.
................"ti amo!"
interrompo subito.
chiedo a tutti cosa sia...
un inizio... una fine... un ritorno...
cos'altro?
poche risposte diverse.
in quel "ti amo" ognuno ha letto
qualcosa che non era in scena.
qualcosa che non ha visto, udito...
una storia non narrata
che però ha mosso
i passi di entrambi...
che li ha condotti uno di fronte all'altra...
che era negli occhi loro...
e che ha colmato una frase
di un significato
che ciascuno di noi ha colto "come emozione".
ugualmente il "ti amo" di una madre al figlio...
o quello di una donna ad un'altra donna...
ed ogni volta,
mai la stessa,
è una storia non narrata
a "sorreggere" la verità di una frase.
cercare in un vissuto,
recente o lontano,
il "perché" dell'istante che vivo
guardando all'attimo che verrà.
all'attimo che è già il mio futuro.
ma quel "vissuto"
non è in altro luogo se non in me.
il coraggio di attingere
ad emozioni - gioie o dolori -
che si sono incise nella mia vita...
o che la mia vita hanno inciso...
coglierle.
a mani nude, coglierle...
sfregarle fino a rimuovere ogni granello di polvere...
e donarle a se stessi...
per donarle al compagno...
per donare un'emozione...
attimo per attimo.

-"non ho dentro di me corde
  per far vibrare queste note..."
-"come fai a dirlo?"
senza crederci troppo, donatella
riprende a leggere campanile.
-"per me come fosse una marionetta..."
-"dà vita alla tua marionetta, allora..."
e le parole di campanile
assumono da subito un suono diverso...
donatella comincia a muoversi
come mai prima aveva fatto
nelle officine.
la sua marionetta, si agita...
respira... pulsa...
è "tutto fuori" il suo vivere quelle battute...
sorride...
viene giù dal palcoscenico...
e si accorge anche lei che qualcosa
insospettatamente
"ha vibrato"...
poi provano gli altri...
uno per volta... in coppia...
e la marionetta lentamente
assume i tratti di un uomo...
ed è una beffa...
ed è un sorriso...
alessandro per ultimo...
vuole fare una cosa "sua"...
così mi dice...
e le stesse battute
sembrano assumere
le note del teatro di ionesco...
ed il sorriso, in una smorfia, diviene lacrima...

finiamo così stasera.
e per un attimo sembra che l'ombra
di una maschera
forgiata dalle mani
di un ragazzo
di una terra lontana,
proietti la sua ombra
sullo stesso muro
che accoglie le ombre
delle officine.

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