diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 5 dicembre 2005 lo spettacolo ha debuttato il 4 dicembre. torno adesso a queste pagine che hanno taciuto. non il laboratorio. solo il diario è rimasto in silenzio per non divenire ciò che mai vorremmo che fosse: sterile cronaca. alessia e franco, nei giorni scorsi, mi hanno sostituito splendidamente. andando verso il caffè, ove siamo soliti prima della lezione, maria mi parla... racconta... chiede... né il suo entusiasmo, la sua "sete", è diversa da altre sere divise insieme. ma stavolta sono io che ho più voglia di ascoltare. pioggia fine insistente accompagna i nostri passi che si fanno strada tra il brulichìo di trastevere e ragazze che di fretta ritirano sedie e cuscini davanti a pub assiepati di gente. in laboratorio, poi. puntualmente i ragazzi arrivano. stas domanda dei giorni trascorsi via. dialoghiamo un po'. solo il tempo che glia altri si cambino. "via le scarpe" e già cominciamo di nuovo. il palcoscenico in penombra. iniziamo con esercizi di rilassamento anche stasera. i ragazzi si stendono su tappetini verdi. è solo la mia voce a spezzare il silenzio. anche stasera abbandonando ogni tensione sulla terra... sabbia... o rena che accoglie il mio corpo... riprendiamo gli esercizi sulla respirazione, associando adesso esercizi di rilassamento e di movimento. una breve corsa inseguendo un filo lanciato... o una biglia... o una palla... il mio corpo è rilasciato. sento l'aria fendersi. lievemente. poi si lavora in coppia. ancora sulla respirazione. ancora sul movimento. ancora per avvertire quella simbiosi che deve instaurarsi quando si interagisce con l'altro. si lavora sorridendo. gli esercizi assumono il gusto di un gioco. non semplice, ma un gioco. osservo laura e valentina. sono stasera con noi per la prima volta. si lasciano andare. nessun "attrito" nel loro scoprirci... o nel nostro rivelarsi... ed ancora giochiamo. ognuno disposto casualmente sul palco. in piedi o seduto. indifferentemente. ognuno oggetto di una stanza da arredare. agnese è al centro. solo con gli occhi comincia a far muovere, a "disporre" i compagni intorno a sé. non è facile non muoversi... non è facile "solo con lo sguardo"... non è facile essere rigorosi con se stessi. ed è un divano, infine. un piccolo tavolo. una lampada d'angolo. e le mie domande, poi. "di che colore la stanza?... e il divano? come accendo la lampada?..." e cominciamo a vedere, nelle parole di agnese, nella sua stanza, ognuno la nostra. ha un po' di ritrosia, maria. forse è più il timore di non "sapere" come fare... o di far "perdere tempo" agli altri. la spingo a provare, anche lei. le officine non sono il luogo delle cose che già so... non sono il luogo dove è un tempo - ore o minuti - che appartenga ad alcuno... qui è un luogo dove sbagliare... e dal proprio sbaglio, da quello degli altri, capire... non per smettere di sbagliare ma per avere il privilegio di sbagliare ancora, ma ogni volta in modo diverso... adesso è di nuovo buio, in sala. avevamo trascorso l'ultima lezione improvvisando sugli animali. riprendiamo il discorso interrotto. ognuno dà vita ad un "proprio" animale. è un cavallo, stas... alessandro, un puma... e così gli altri. diversamente, tutti. anche laura e valentina, con gli altri... un gorilla... una colomba... e ci si forza ad una gestualità che esula il nostro "essere" di ogni giorno... improvvisamente si ledono i confini del palcoscenico. si cerca "liberamente" un movimento in uno spazio più lato, si sfidano le proprie remore ed i propri pudori. ed ancora oltre. per cercare in un gesto, in un verso, in un movimento appena accennato, una verità che appartenga ad un personaggio mai scritto. se non dentro noi. né è mai il riprodurre, umanizzandolo, un comportamento o un atteggiamento "animale"... ma è in quegli esseri piccoli o grandi, una colomba o un gorilla, tutti ugualmente superbi, un verità incapace di menzogna. il "gorilla" di laura diviene un intollerante impiegato... un cuoco maldestro... un pigro indolente risveglio... non vi è traccia in quel misantropo cui laura dà vita del gorilla di qualche minuto prima, ma ognuno di noi riesce a rintracciarlo... a rivederlo... quasi udirne il suo "urlo"... provoco laura. "ne hai fatto un uomo. ma te sei una donna... fanne una donna..." laura accetta il mio gioco ed il suo personaggio non cambia, né svanisce il gorilla... solo assume, in un istante, sembianze di donna... e ci dona un sorriso, laura. poi è il muoversi lieve, guardingo... ed insieme pronto a sferrare l'attacco, di un grosso felino, ad animare un "indefinito qualcuno" scaturito dalla fantasia di alessandro. ma ciò che già immaginavo, accade. così come è naturale che sia, ogni qualvolta si affronta un nuovo lavoro ed è la prima istintiva impulsività a tracciare il nostro essere sulla scena. facile, o troppo semplice, l'andare avanti e indietro... come oltre le sbarre di una gabbia... che diviene misura dell'improvvisazione di alessandro. ci fermiamo. ci confrontiamo. proviamo ancora. ed il discorso poi torna su ciò che è "verità" in teatro... mai solo quella che è dentro di me, ma quella che da essa poi vive in chi mi guarda, mi ascolta, mi chiede una verità semplice per poter vivere la propria emozione. ci fermiamo. ci salutiamo con un sorriso... con un bacio... raccatto la mia roba. vado... .....next back |