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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
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.
.
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.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 9 dicembre 2005
è una sensazione di caldo
quella che invade
quando restiamo tutti seduti sui divanetti.
a parlare un po'.
si arriva alla spicciolata.
ed ognuno si aggiunge.
e si fa spazio a chi arriva per ultimo.

lavoriamo sulla respirazione.
tecnicamente.
maria pone alcune domande.
lo spunto per approfondire ancora
temi già affrontati.
al pari di un violinista
impariamo ogni giorno di più,
anche noi,
ad avere massima cura
del nostro strumento.
cammino tra loro.
controllo.
sempre lavorando su tensioni,
rigidità,
postura...
"rilascia... non stendere il collo, non così... rilascia..."
e si cominciano ad avvertire i primi progressi...
tangibilmente...
anche loro.
fino a stasera
non avevamo ancora lavorato sulla voce.
non come stasera.
la "emme" masticata
è come una carezza alle corde vocali.
per alcuni minuti quel suono
torna a vibrare nelle officine.
poi lievemente, senza forzare,
ponendo buona attenzione al diaframma,
tra le labbra chiuse ha genesi una "emme".
un suono prolungato.
"la sento qui... come un solletico al naso...
 e nel petto..."
solo dopo, da quel suono nasce una lunga
aaaaaaaaaaaaaaaaaaa...........
il suono come disteso su un piatto...
come ad inseguire se stesso
fino in fondo alla sala.
ed è sempre un'immagine, ancora,
ad accompagnare ogni esercizio.
lavoriamo ancora.
stavolta sui versi di dante.
i primi tre della divina commedia.
per ogni verso un' "altezza" diversa.
controllo... controllo... controllo...
"non è il volume a variare...
 sono note diverse... non volumi..."
ed ancora le immagini.
il primo verso lanciato in basso,
fino a farlo a scivolare
sul pavimento di fronte a me...
il secondo...
come se le parole fossero scritte
sulla finestra laggiù...
ed il terzo...
come a dirlo a qualcuno
che sta dietro di me.

franco ci ha raggiunto da poco.
siede giù in sala.
ci guarda. ascolta.
e mangia lui per primo, stasera,
un cubetto di cioccolata.

riprendiamo una battuta
del "sogno..." di shakespeare.
elena risponde al saluto di ermia.
e mi sorprende come da subito i ragazzi
si soffermino sulla traduzione di una parola.
"unsay..."
"rinnega"... così recita in italiano
l' "unsay" di shakespeare.
ed è un termine che non può avere vita
sulle labbra di elena...
non può avere vita in quel rapporto con ermia...
non può avere vita in quel particolare momento...
non è  c r e d i b i l e...
così dicono i ragazzi...
li invito a leggere il testo a fronte,  in inglese.
ne facciamo rapidamente la traduzione letterale.
e subito dopo, sul palco, ognuno reciti quella frase
così come la "sente" pronunciata da elena.
ed ancora la battuta come fosse un dramma a sé stante.
avulsa dal contesto della drammaturgia
e fantasticamente contenuta
tra i due movimenti del sipario.
anna è la prima a salire sul palcoscenico
dopo che le luci della sala anche stasera si spengono.
cominciamo a giocare
sulla verità di quella battuta.
indaghiamo un respiro...
- quello di elena -
un colore...
una musica...
la prima immediata sensazione
che mi rimane addosso
dalla lettura di quelle poche righe.
..."impotenza"...
questa la sensazione di anna.
le chiedo il perché.
e dal confronto che ne nasce
ci ritroviamo ad analizzare la battuta
denudandone ogni significato.
la leggiamo un paio di volte.
uno accanto all'altra.
gli altri ci sono vicino.
intervengono.
chiedono.
provano.

gomito a gomito
il lavoro d'officina...

poi proviamo in piedi.
ed è immediato il cortocircuito
tra pensiero... gesto... battuta...
le mani ne sono il primo sintomo.
si muovono come a cercare un "appiglio"...
come a voler sottolineare le parole...
a cercare di restituire loro una forza
che non "è" nelle mani...
che non "è" delle mani...
il corpo si muove senza alcuna direzione...
in un "non" luogo...
senza perché...
le parole anelano ad un significato
con la voglia di recidersi
dal "dire" quotidiano...
e forse è questo il primo impatto con il teatro.
ricordiamo con anna
la sua improvvisazione sugli animali.
era una rana, l'animale di anna...
torniamo a ripeterla quella improvvisazione.
gli occhi della rana si guardano intorno.
a lungo, prima di spiccare il salto.
poi la rana si ferma.
respira.
ancora guarda.
di nuovo salta.
respira.
ed è una "regolarità" in quel muoversi d'animale...
quasi un ritmo interno che cadenza
gli sguardi...
e il respiro...
ed i piccoli salti...
e quella "cadenza"
può certamente divenire
il medesimo senso di "impotenza"
che anna vuole invada la sua elena.
torniamo a provare.
e già qualcosa è cambiato.
non è un percorso facile.
né immediato.
ma adesso elena si muove in maniera diversa...
le sue mani...
i suoi passi...
le sue parole...
non importa, adesso, che qualcosa sia giusto.
importa che sia diverso.
che diverso sia il nostro modo di sbagliare.
non lo stesso errore.
non due volte.
ed in anna qualcosa si è mosso...
un ingranaggio che lievemente
- senza alcun rumore -
inizia ad "agire".
e forse è anche questo il primo impatto con il teatro.

poi è maria...
ed il groviglio che avverte dentro di sé
cerca una via per dipanarsi.
ed ai miei insaziati "perché"
maria risponde scavando tra le pieghe di elena.
e prima ancora, tra le sue.

"impotenza, sì... ma dignità di donna...
 quasi un moto di rabbia..."
ed agnese dà vita alla sua elena.
ma se rabbia è nell'anima di quel personaggio,
la stessa non è nelle sue parole...
e nei gesti che le sue parole contengono...
"come?..."
"chiediti perché, non come..."
e scopriamo ancora
che ermia è lo specchio della verità di elena...
misura di ogni emotività
è quel rapporto tra due donne amiche...
rapporto che si anima... si trasforma... muta...
nel tempo in cui vive la sola battuta
del nostro "dramma" di stasera.

poi sul palco si alternano gli altri...
margherita...
alessandro...
diversamente...
ed ognuno recando la sua verità
non cambia la verità, unica,
che appartiene ad elena.
al suo essere adesso
una donna innamorata...
rifiutata...
ferita...

domani per fortuna è sabato.
possiamo dormire un pochino di più...


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