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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 17 febbraio 2006
una lezione un po' diversa, stasera.
come sempre nelle officine
nulla è preordinato.
nulla prestabilito "a tavolino".
non ci sono
confezioni già fatte
che si svolgono
sulle "tavole" del nostro palcoscenico.
ogni cosa nasce
da un continuo, incessante,
ascoltarsi.
confrontarsi.
né docenti...
né discenti...
solo persone
che amano il teatro
ed intorno ad esso
si ritrovano.
ognuno con la propria esperienza.
ognuno col proprio vissuto.
poiché al teatro importa
ciò che si ha da dare...
ciò che si è capaci di rubare...
non il ruolo
che la vita ci ha cucito addosso
e che quotidianamente
interpretiamo.
adesso quegli abiti
sono appesi ad una gruccia.
discosto.
altrove da qui.
ed è proprio
da questo reciproco
protendersi l'uno verso l'altro,
da questa cordata
di emozioni
non diverse da mani tese
nel percorrere tutti
lo stesso sentiero
- mani a sostenere -,
da questo ascoltare semplice,
che ho colto negli occhi dei ragazzi
un velo di incertezza
che mai per un attimo
mi ha abbandonato
in questi giorni.
né è insolito
rivivere in loro
quelle stesse incertezze
che già sono state le mie
prima che svanissero
ed altre ancora
ne prendessero il posto.
ho voglia di parlane.
ne avverto necessità.
per me.
per loro.
siamo qui di nuovo.
seduti in cerchio sul palcoscenico.
quasi una piccola tribù.
credo di avere intuito
le loro domande
non poste.
questo qualcosa
che "muove"
il loro cercare.
e che non si risolve ancora.
né può ancora risolversi.
sappiamo tutti
di non aver scelto
la strada più semplice
per raggiungere una meta
che possiamo solo immaginare, adesso.
è una riflessione
che appartiene a tutti
il mio primo parlare.
"quanto spesso
 interviene in questo nostro gioco
 la parola pensiero?...
 ma cos'è
 realmente?
 cosa vuol dire
 - per noi -
 pensiero?..."
non avevo sbagliato.
ancora una volta
il dialogo nasce.
i "perché"
lentamente si sgranano...
ogni cosa,
anche questo mio scrivere
su questa pagina,
in questo preciso istante,
il mio battere sulla tastiera,
il mio alzarmi
e tornarmi a sedere.
ogni mio atto
è frutto di un pensiero.
inconsapevolmente
il più delle volte.
poiché acquisito
ad una quotidianità
che sfugge ad ogni misura.
"naturalmente" sfugge...
non ho cognizione
del mio camminare,
o della mia mimica,
o del mio dialogare
se tutto ciò
è ascritto al naturale
fluire del mio "essere".
ma se qualcosa,
un evento o una terza persona,
altera l'equilibrio
all'interno del quale
scorrono le mie ore,
ho percezione immediata
dei miei passi,
dei miei gesti,
delle mie parole.
consapevolezza
che deriva
da un pensiero non più naturale
ma teso nel determinare
ogni mia azione.
ed è proprio
"quell'essere tesi
nel determinare ogni azione"
il movens del mio essere teatro,
senza il quale
avremmo soltanto
un'interpretazione di tipo descrittivo,
estetico,
meramente tecnica.
e tristemente omologata.
perché prescinderebbe dal vissuto
di ognuno di noi,
mai assimilabile a quello di un altro.
- "ma se io dovessi pensare
   il dolore di un lutto...
   e riprovare la stessa emotività ogni volta
   che dovessi rappresentarlo,
   in poco tempo..."
-"...i reparti della neuro
     sarebbero stracolmi di teatranti
     nell'arco di una settimana!"
interrompo patrizia, sorridendo.
è un enorme bagaglio emotivo dentro di noi.
la vita vissuta ci ha condotto
ad avere esperienza,
diretta o indiretta,
di emozioni come il dolore, l'amore,
la malinconia, la gioia, la tristezza,
la passione, la noia...
è un tempo in teatro,
proprio quello delle prove,
o questo di noi qui, adesso,
nelle officine,
in cui bisogna avere
il coraggio di pescare
dentro le proprie emozioni,
in quell'enorme bagaglio
senza peso che rechiamo sempre con noi,
e riviverle...
in un luogo,
in un tempo,
in un colore,
in una musica,
in un gesto,
in una parola,
in una lacrima o in un sorriso,
in un "pensiero"...
ed in quel pensiero
dare luce alla "verità" di una emotività
senza alcun coinvolgimento emotivo.
-"e la tecnica?...
  non serve a nulla allora?..."
è ciò che veicola
oltre la quarta parete
la mia "verità"...
-"prova a dirmi ti amo per dirmi ti odio...
  e poi dimmi ancora ti odio per significare ti amo..."
è il pensiero
che dà la verità all'emozione
che vuoi comunicarmi,
la tecnica a fare sì
che quella emozione,
identica,
prevalichi i muri della "nostra stanza"
ed invada la platea di un teatro
giungendo intatta ad ogni spettatore...
ci prolunghiamo ancora.
in esempi,
dettagli,
esperienze di teatro vissute...
non so se le mie parole sono state per loro chiare.
non è uno il modo di "essere" teatro.
ma una soltanto
è la via per trovare il proprio teatro.
le officine vogliono solo dare impulsi...
spingere...
provocare...
non imporre.
spengiamo la luce in sala.
torniamo a giocare.
pochi versi del
"piccolo principe" di de saint-exupéry...
leggiamo quelle parole semplici,
ma vere.
e di nuovo torna il "pensiero"...
in piedi.
una sedia e dei guanti
come elementi da usare.
liberamente, usare.
obbligatoriamente, usare.
riaffiorano incertezze.
ma poi tornano,
praticamente adesso,
le cose dette
fino a qualche minuto fa.
e cercare di rintracciarle
tra quei pochi versi.
mettere alla prova,
da subito,
la nostra scelta
di incontrare il teatro.
-"non sono in grado..."
qualcuno sbotta e si zittisce.
andiamo avanti.
ed un po' per volta,
come se ognuno fosse entrato
tra le righe di quel foglio,
le parole cominciano a prendere vita.
ancora diversamente, in ognuno.
ed i gesti iniziano ad avere una valenza
che non è solo mimica.
diventano "battuta" anche essi.
e divengono
un simboleggiare,
non descrivere,  significati.
e man mano li vedo,
i ragazzi,
che cominciano a sentire...
che cominciano a sentirsi...
-"vuoi riprovare tu, adesso?"
e le stesse parole
che prima avevano fatto sbocciare
quell'amaro
"non sono in grado..."
adesso scivolano oltre il palco...
e ci raggiungono...
e ci avvolgono...
ci guardiamo di nuovo, adesso.
e sorridiamo, adesso...

non è facile
quella battuta di antigone.
forse la più difficile
che abbiamo fino ad oggi studiato,
analizzato,
affrontato.
la cioccolata è già quasi finita.
la notte lentamente avanza.
ma nessuno è  stanco.
" chi vuole leggere?...
  chi sale su?..."
e continuiamo,
ancora,
a giocare.


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