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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 13 febbraio 2006
torniamo a giocare
con "lisistrata", stasera.
riprendiamo il testo
dopo averne condotto
solo una lettura.
e solo di una scena.
la prima.
abbiamo iniziato,
una settimana fa,
a tracciare
i primi segni
di nulla più che uno schizzo.
un foglio di carta bianca
disteso
a rivestire
la nudità
del nostro palcoscenico.
le nostre parole
come piccolissimi tratti
che si sono adagiati sul bianco.
e lì sono rimasti.
adesso
li ritroviamo.
adesso
è di nuovo
quel foglio.
proviamo,
con mano leggerissima,
a ripercorrere
quelle linee.
più profondamente
inciderle...
o sfumarle...
o cancellarle.
né più solo parole.
lavoriamo col corpo
cercando
quella simbiosi
che naturalmente
è espressione,
nel movimento e nella parola,
di ogni nostro pensiero.
improvvisiamo.
non è più
lo stesso disagio
delle prime improvvisazioni
quello che avverto,
quando il confronto
era con qualcosa,
con qualcuno,
che noi stessi animavamo,
immaginando un luogo...
un tempo...
creando rapporti.
adesso è lisistrata
che ambisce
a quel qualcosa
che è in noi
e dal quale può trarre
una "sua" vita.
e da parte nostra
ascoltarla, lisistrata.
cercare di intuire
le sensazioni epidermali
che immediatamente
ci provengono.
e oltre.
immaginarla questa donna.
i suoi anni...
i suoi capelli...
i suoi abiti...
i suoi passi...
i suoi gesti...
la sua attesa.
quella che vive
quando la scopriamo
nelle prime parole
di aristofane.
sola,
di notte,
nell'agorà di atene.
negli attimi in cui vive
la delusione di promesse evase,
di ideali traditi,
di compagne di lotta
che si rivelano ai suoi occhi
evanescenti donnine.
ed il silenzio della notte
tutto intorno,
a sigillare
una stizza
che verrebbe voglia
di urlarla.
ma le parole, poi,
sono quelle di aristofane.
da subito grottesche,
crude,
"vere"...
scevre da ogni intellettualismo
e colme di quei motivi
cha hanno fatto
della commedia attica
un luogo surreale
ove sono traslati
la splendida atene,
l'ellade,
ed i suoi cittadini tutti,
onorabili o servi,
quali maschere
impietose che prendono forma
e danno insieme vita
all'universo aristofanesco.
i ragazzi, intorno a me,
sono in silenzio.
il palcoscenico,
dinnanzi a noi,
vuoto.
iniziamo a confrontarci.
per ognuno
la propria lisistrata.
-"vestita di bianco..."
per margherita.
ed è già immagine
di levità.
di leggerezza.
di passi senza rumore.
ed è già contrasto.
con i pensieri
che adesso si agitano
dentro lisistrata.
pensieri che aristofane non dice,
di cui non dà immediata
tangibilità...
ma che sono quelli
che hanno condotto
lisistrata fino a noi,
e che fin dalla lettura
ci hanno investito
e che noi
dobbiamo raccontare,
non descrivere,
al "nostro" immaginario pubblico.
narrare un perché
di lisistrata.
lì...
adesso...
sola.
e quale sarà la sua attesa?
e ancor prima,
come si è apprestata
a questo "evento"
notturno?
da quanto tempo
attende già
le compagne?
da dove
avrebbe arringato
le donne di tutta la grecia?
donne i cui uomini
conducono
l'un contro l'altro
una guerra infinita...
donne che adesso 
avrebbero dovuto essere lì,
bandendo ogni odio
per bandire ogni odio.
ed invece
è sola, lisistrata.
e quale
il suo vivere
il silenzio della notte,
quando cresce,
fisiologicamente cresce,
la percezione di se stessi
e di tutto ciò
che ci circonda?
quando gli stessi rumori
assumono
un suono diverso
da quello che hanno
durante le ore del giorno,
quando è la luce
intorno a disperdere ogni timore...
ma lo stesso timore
può appartenere
a lisistrata?
-"è uno spazio vuoto, intorno a lisistrata...
  di notte, vuoto..."
così luca.
e comincia a tracciare
dei cerchi con i suoi passi.
come a delimitare
quel vuoto non voluto...
quell'assemblea deserta...
quell'attesa che pare non avere fine...
ma nel linguaggio
del corpo di luca
è un codice
che impone una lettura
non immediata.
ed io devo,
da subito,
prendere il pubblico per mano
e condurlo
"dentro... fino in fondo..."
la mia storia.
e ritornano parole
già dette...
il nostro essere "dal palcoscenico",
non mai "per il palcoscenico"...
è su uno scalino più alto
la lisistrata di agnese.
attende in silenzio
in un luogo che le appartiene,
che sa...
che quotidianamente l'accoglie.
pochi gesti.
essenziali.
poi ancora uno.
diverso.
appena oltre misura.
appena oltre il pensiero.
ed io intravedo accanto a "lisistrata"
qualcuno che percorre
l'ampio spazio della sua agorà.
e non è più silenzio.
e non è più sola, lisistrata...
ma non ci stanchiamo di sbagliare
ove nulla è preordinato...
ove nulla viene da me o da altri...
ove ogni cosa è giocare con se stessi...
ancora proviamo.
poi, maria.
e d'ogni cosa
è la femminilità
di lisistrata a delinearsi.
un attesa che nasce
e si consuma
nel rifiuto delle proprie mani,
uniche compagne
di lunghe notti
trascorse senza un compagno...
né è più forte,
acceso,
il colore di cui si tinge
ora lisistrata.
sottilissima poesia
si insinua
nella notte di lisistrata.
ed ella appare
fragile
nella sua solitudine
non voluta.
solitudine che sembra
non trovare alcuna via
nel suo voltarsi
e non incontrare
il volto di altre donne
non diverse da lei.
ma tutto questo
lo leggiamo noi
che conosciamo
il testo di aristofane...
e quel signore
con i baffi
giù in fondo alla platea
che la moglie ha trascinato
in teatro
e che sconosce "lisistrata"?
anche per lui
è il nostro teatro...
ogni cosa sia stata stasera,
sarà ancora.
ma più limpida...
più tersa...
più leggibile...
semplicemente.
un grande maestro
in modo elementare
afferma
che per "essere" teatro
sono necessari almeno tre elementi.
due persone che agiscano,
una che assista.
escludendone una
avremo qualcosa
solo parzialmente
compiuta.
è una frase che ho letto molti anni fa.
è una delle poche che non dimentico.

andiamo via.
quanto abbiamo giocato,
stasera,
senza dire una parola;
ma solo per riuscire
a dirla,
poi,
una "parola"...




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