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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 27 febbraio 2006
mi capita, a volte,
di restare solo nelle officine.
arrivare prima è una consuetudine.
imparata in teatro.
quando il "maestro",
alla "mezza",
impartiva che si spegnessero le luci
del corridoio dei camerini.
ed ognuno entrasse nel proprio.
e fosse silenzio.
le porte chiuse.
ero assistente alla regia.
una delle mie prime.
aspettavo sul palcoscenico,
passeggiando tra la scena,
controllando ancora una volta l'attrezzeria.
ed i proiettori, sulle americane.
i servizi gettavano
luce inconsistente intorno a me.
il sipario tirato.
al di là del pesante rosso velluto
il crescente brulichio
del pubblico che empiva la platea.
ed i miei passi si facevano
ancor più senza rumore.
non sono cambiati i miei passi.
non in teatro.
non qui.
solo il rumore dei pensieri
non si zittisce.
segue la fuga delle mattonelle
fino alla pedana
incorniciata da un arco di pietre e mattoni
che è il nostro palcoscenico.
di fronte a me.
le sedie appaiate una sull'altra
corrono lungo le pareti.
i neon illuminano.
anche oggi piove.
è vuoto intorno a me.
adesso vuoto.
ma è teatro, qui.
qui.
qualcosa che non ha bisogno di uno "spazio"...
qualcosa che "trasuda" dai muri,
dalle mattonelle,
da quegli stessi orrendi neon...
qualcosa che io vedo
e che mi fa battere il cuore
come lo scoprissi per la prima volta.
per la prima volta, ancora.
gli "altri" silenzi
che a volte accompagnano
i giorni del mio mestiere...
o le "parole"
cui forse gioverebbe il silenzio,
qui tacciono.
percorro quella fuga
di mattonelle
come fosse un filo teso su un baratro.
un piede avanti all'altro.
senza fermarmi.
un piede avanti all'altro.
poi, maria.
è sempre la prima ad arrivare.
poi gli altri.
è un lungo giorno il lunedì.
cominciamo...

cerco di alternare agli esercizi
che sono una "regola" ormai,
altri esercizi.
a terra.
respirare
come raccogliere l'aria dalla mia schiena.
un "cucchiaio" che si apre nella terra.
e cattura.
trattengo il fiato.
una pausa di apnea.
e poi espiro.
stavolta è una lama l'aria.
dalla mia colonna verso la terra.
in profondità.
altri esercizi.
ancora associando rilassamento corporeo
e respirazione.
poi, lavoriamo sulla voce.
riscaldamento...
emissione...
altezza...
potenza...
li ascolto.
ed ogni volta è sempre più netta
la sensazione di "coro"
che le loro voci mi trasmettono.

una breve pausa.
spengiamo le luci.
lisistrata.

le improvvisazioni condotte
si imperniavano attorno
ad un'immagine
che quella donna
reca in sé già dal  suo primo apparire
in scena.
immagine che racconta
qualcosa che il pubblico non vede...
non sa...
ma che deve comunque
essere colto.
non spiegato.
colto come il tepore
di una giornata di primavera...
o il vento di sale
di fronte al mare...
intangibile eppure presente...
così il "profumo"
di lisistrata...
della sua notte...
della sua attesa...
della sua immediata illusione...
nessuna parola fino ad ora.
e molto più
di una parola...
adesso riprendiamo il testo.
le prime battute.
e giochiamo a ritrovare
in quello stesso "profumo"
la scia tracciata
dalle parole di aristofane.
e lungo quella scia
cominciare a dare vita
a lisistrata.
non è come mettere insieme
le tessere di un mosaico.
i pezzi sparsi di un puzzle.
ricondurre, adesso,
tutto il mio gioco
ad una verità di gesto,
ad una verità di parola,
ad una verità di pensiero...
ed in me
nulla di più
che la sensazione
di un profumo.
percorre velocemente il palcoscenico,
luca,
fino in proscenio.
e tutto ciò che fino ad ora era stato
svanisce in quei passi veloci
che segnano inevitabilmente
il ritmo della battuta,
quando ancora
non ci appartiene
la sicurezza
del saper scindere
gesto e battuta.
qualcosa che deve procedere in simbiosi.
in contrasto, anche.
ma sempre sinergicamente
ad un pensiero.
facile accoppiare,
sommare,
tratti di un essere
che appare,
ma non è.
come affondare ancora
con l'aratro
del mio "mestiere"
lo stesso solco
e non rivoltare
le altre zolle del mio campo.
riprova, luca.
più lentamente.
ma di nuovo fino in proscenio...
-"perché?..."
e nella sua lisistrata
- non hanno sesso i personaggi
quando divengono un pretesto
per scoprire il mio essere teatro -
distinguo un pudore
che non appartiene
alla donna di aristofane.
che non era
nelle improvvisazioni
dei giorni passati.
è l'impatto con la "parola"
a creare quel disagio
nel quale riconosco
il disagio di luca.
ed ecco che ancora,
puntualmente,
ricorre la parola pensiero.
non parole per dire
ciò che aristofane scrisse.
parole per dire
la verità di lisistrata.
parole che nascono
dentro di noi
per poter essere sue.
ma che già "sue"
devono scaturire...
da quei passi - veloci o lenti -
che conducono attraverso la scena...
e da una necessità...
un'impellenza...
una non possibilità di tacere...
che smette di essere drammaturgica
quando la parola
da "scritta" diviene "detta".
lo stesso disagio
avverto dopo in maria.
come avesse rimosso
quella donna
che aveva sottilmente plasmato
durante le sue improvvisazioni,
adesso si abbandona
in un dire
che lascia solo
le parole precipitarci addosso...
la invito a ricostruire
i "suoi" movimenti.
ma di nuovo
le parole cancellano i gesti.
come fossero due donne.
la prima che si muove lentamente,
che si incide in una luce
che immaginiamo,
che tramuta in "simbolo"
ogni minimo gesto...
l'altra,
che ha di nuovo fretta d dire
quasi senza credere,
ella stessa,
nelle sue stesse parole.
-"la lisistrata che hai tracciato sul fondo
  non può essere diversa da quella
  porti qui davanti al pubblico...
  quegli stessi simboli
  non devono legarti,
  ma piuttosto devono essere
  ciò che fin qui ti  conduce..."
ancora proviamo.
margherita non ritrova il suo "luogo"...
è al centro della scena,
per lei,
lisistrata.
ed intorno a lei
il "mondo" si anima...
o rimane immobile...
riprova.
ma ancora non riesce a trovarla.
diversamente
la lisistrata di agnese
appare padrona del "suo" centro...
le parole
sembrano fluire
lungo una via che il gesto traccia...
-"è il centro, il problema?..."
lo chiedo a margherita.
torna sul palco.
riprova.
e subito, adesso,
risalta ai suoi occhi
la non corrispondenza
tra gesto e battuta...
la mancanza di una "verità"
che appartenga ad entrambi...
ed è naturale,
ora,
muoversi.
piccoli passi...
un guardarsi intorno...
un protendersi in ascolto...
ma non è margherita a volerlo...
è lisistrata, adesso, a chiederlo...
e come a margherita,
ugualmente agli altri...
uno per uno sul palco...
inseguendo un "profumo"

daniela è stata da una parte.
ha ascoltato.
ha guardato.
ha provato.
adesso sta allacciando le scarpe,
prima di andare.
mi avvicino...
-"come va?..."
mi sorride.
-"pensavo che fare teatro
  fosse solo una serie di regole
  da mettere una in fila all'altra...
  ma invece non è così..."
adesso sono io a sorridere.
dentro.
-"...no, non è così..."


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