diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 3 marzo 2006 spengiamo le luci dopo gli esercizi... dopo una brevissima pausa. ci stringiamo in cerchio tra il proscenio e la sala. qualcuno prende posto sulle sedie impagliate, altri a terra, le gambe incrociate... o contro il muro che da una parte "quadra" la scena. di nuovo intorno al testo di bogosian. ...o il testo di bogosian, di nuovo intorno a noi. difficile dire chi dei due ruoti attorno all'altro. si staccano dalla pagina, le parole, alla prima lettura. né è un aleggiare, il loro: nulla di romantico. eppure "si appropriano" di uno spazio, tra noi qui in cerchio, e rimangono sospese cercando un loro luogo. che è in noi. che è fuori di noi. che tende "oltre" noi. è una sensazione esilissima che forse adesso appartiene solo a me. ma che non nasce da me. sono in silenzio. li ascolto leggere. chiudo gli occhi. ed intuisco quelle parole, pur nell'incertezza di una lettura ancora acerba, come frammenti di una immagine ancora sfocata ma che in me riesco a pensare... a delineare... tracciarne i contorni... ma appartengono ai ragazzi quei frammenti. non a me. è compito loro coglierli. soppesarli. ricomporli. e forse proprio da questo, inconsapevolmente, nasce tra loro un confronto serrato; da questi frammenti di discorso che improvvisamente si annidano in luoghi non usi dell'anima dove più spesso è il nostro sentire più intimo. il personaggio di bogosian si denuda da subito di ogni luogo comune. denuncia. fortemente denuncia il suo disagio. il contrasto tra una società che si dice libera e l'essere realmente liberi all'interno della società. e di più: quale libertà è nello scrivere... dipingere... scolpire... ove la mercificazione dell'arte diviene inevitabilmente vincolo di una qualsiasi libertà d'esprimere incondizionatamente la propria arte. accettare di "farsi" merce? o rifiutare un "mercato" spietato che in pochi mesi può anche riconsegnare all'oblio? mi guardo intorno per un attimo, oltre le pareti delle officine, prima di essere ricatturato dalla splendida dialettica cui adesso i ragazzi danno vita. esulano bogosian. non le sue parole. da esse riaffiorano esperienze, scelte di ieri, passi che hanno condotto singolarmente all'oggi. non mi intrometto. ascolto. seguo i loro gesti. le loro espressioni; quando parlano... quando in silenzio ascoltano anch'essi. ed anche questo, tutto questo... parole... gesti... espressioni... che adesso si snoda davanti a me, è teatro. e mi colpisce come nelle loro parole ritornino ancora le stesse parole di bogosian. ma bogosian ha già operato una sua scelta. per voce del suo personaggio, ha scelto. a noi adesso non tocca scegliere, ma dare voce a quella scelta e provocare negli altri il dubbio sulla sua consistenza, o inconsistenza. tutto ciò che hanno detto adesso è materia informe, della stessa materia di quelle parole come frammenti... il palcoscenico è vuoto. proviamo a giocarci, adesso, con quella materia. e di nuovo ricorre la necessità di un contesto. di un luogo. di un tempo. ricordarlo. inventarlo. non importa. importa che riesca a distinguerlo. ed in esso dare vita all' "uomo" di bogosian. la "sua" vita. poiché mai il contesto - un contesto - potrà essere avulso dalla verità del mio personaggio. che si aggiri tra i tavoli di un bar o tra quelli di un refettorio non muteranno le mie parole, ma quei "frammenti" troveranno nella verità del mio essere in un bar, o differentemente in un refettorio, la loro armonia. ma è un'armonia che nasce in me, in un luogo tra diaframma e labbra, dove cuore mente corpo tendono i fili sul telaio sul quale si intessono le mie emozioni. i ragazzi si alternano sul palco. cominciano a scorrere le parole di bogosian. in luoghi... in tempi diversi... ma c'è qualcosa che affiora... di cui si avverte l'esigenza... che tutti abbiamo intuito... ma che non è ancora - viva - sul palco... la necessità di affondare le mani dentro le strade, i vicoli, tra i bidoni d'immondizia, sotto i ponti... e le gallerie d'arte, i salotti privilegiati, i giardini illuminati dalle fiamme di ceri, la notte... luoghi di cui bogosian non dice nulla ma che si disegnano intorno al suo protagonista. vissuti. forse non in questo stesso tempo. forse non in questo stesso luogo. ma comunque vissuti fino a incidersi dentro di lui. perché proprio quei luoghi, così eterogenei, così diversi, così distanti, così sconosciuti gli uni agli altri, sono la causa di un' "esperienza" che lo conducono adesso a parlare. e parlare dopo avere già scelto. sono solo poche righe quelle su cui giochiamo ma ad ogni nostro fermarci - soffermarci - si svelano nuovi motivi che non posso fingere di non sapere... che non posso eludere... e che più forte, più stabile, ferma, creano l'impalcatura sulla quale sto costruendo, ora, ogni mia "verità". cominciamo anche a notare tecnicamente stonature che rendono finti i miei tentativi... il mio cercare... il mio provare... basta allungare una tonica, o una sillaba finale, o mancare una chiusura, e subito muta la "verità" della battuta. li fermo. lo faccio notare. -"ascoltati..." riprendiamo. ed i ragazzi, ognuno diversamente, poi si fermano da sé riconoscendo quell'errore che li priva di una verità che sanno, che pensano, che dentro di loro posseggono, ma che non riesce ad assumere la forma che ciascuno vuol dare ad essa. ma ciò che accade è già un piccolo miracolo. riconoscere l'errore, capire dove, cosa, perché si sbaglia, è il primo passo per non commettere ancora una volta il medesimo errore. sbagliare, sì... - siamo qui per questo - ma ogni volta sbagliare in maniera diversa... sono parole consuete nelle officine... consuete... ma mai un'abitudine. .....next back |