diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 6 marzo 2006 è una giornata molta fredda. i ragazzi arrivano stretti nei loro palteau. un sorriso... un bacio... i saluti di ogni sera... fanno in fretta a cambiarsi. qualcuno è in ritardo. ci fermiamo a parlare un po', aspettando. sono questi i momenti non rari in cui il quotidiano si insinua "naturalmente" tra noi... e si divide... e si condivide... i nostri esercizi sono un po' diversi, stasera. usiamo le sedie. oggetti di ogni giorno che divengono lo strumento di un gioco finalizzato a svelare tensioni. sia quelle che possono creare, o che creano, rigidità... sia quelle che si tramutano in energia e, diversamente, liberano... il respiro è la misura dei gesti. estensioni e contrazioni... inspirazione ed espirazione... mi alzo... mi seggo... imprimo movimenti alla sedia nelle mie mani. poi di nuovo la poggio. una pausa. riprendo. gli esercizi, a rotazione, cambiano. di ognuno spiego il significato. cerchiamo immagini cui legarli. ancora non solo una lezione "meramente tecnica". cercare di spingersi oltre. rintracciare sentieri che possano condurre ad un naturale automatismo della respirazione... dell'emissione... della fonazione... non ad un meccanicismo artificioso. i ragazzi si muovono insieme. lo stesso tempo. una cosa che non ho chiesto - non adesso - ma che più volte ho notato. è una sinergia che lentamente, giorno dopo giorno, si è instaurata tra loro. è un essere "uno". negli esercizi come giocando sul palco... una compattezza che si trasforma in energia nell'emissione vocale... o in un reciproco sostenersi, consigliarsi, ascoltarsi, quando poi è con il palcoscenico che avviene il confronto. Spegniamo le luci. torniamo ad improvvisare, stasera. in coppia. era da un po' che non lo facevamo. e raramente avevamo già improvvisato in coppia. casualmente invito i ragazzi a porsi delle domande. semplici. ma concise. secche. dirette. -"dove vai?" -"vado via." da qui ha spunto il nostro gioco. nel creare una situazione scenica attorno a queste frasi. da cosa nasce la domanda... il perché della risposta... lo spazio, improvvisando in due, assume subito un'altra dimensione. prendono forma rapporti che prima "non erano". ci si comincia a muovere come sul piatto di una stadera badando che rimanga in equilibrio. che non fletta da una parte. così i movimenti... così le battute... piccolissimi personaggi prendono vita. non importa quale sia l'intreccio della vicenda che i ragazzi hanno deciso di "raccontare". è ancora la "verità" di un breve episodio quella cui tendiamo. ancora immaginare un vissuto; vivere un presente; proiettarsi in un futuro che è già l'attimo che sta per sopraggiungere... e subito ne viene un altro. come lo scorrere della vita. fatta di attimi. irripetibili. ma quante volte ne avvertiamo lo scorrere? necessitiamo di eventi per sentirli, davvero sentirli, quegli attimi. qualcosa che divenga una lieve, benché piccolissima, alterazione di un ritmo che quotidianamente segna. adesso, i nostri attimi, sul palco, come fossero tutti piccoli eventi. una sequenza senza fine di "piccoli eventi". "alterazioni" ogni volta diverse. sempre diverse. perché mai possano divenire anch'esse "ritmo". un ritmo inusuale, forse. non comune, forse. ma infine ritmo. imparare a percepire gli attimi. attimo per attimo. e percependoli averne consapevolezza. e bandire dal proprio essere teatro, sia esso un'improvvisazione... o lisistrata... o bogosian, ancora... ogni casualità. che non è l'imprevisto... quello può realizzarsi in qualunque tempo, in qualunque luogo... per strada... dentro un negozio... in ufficio... in teatro... la non "casualità" è la capacità di determinare -istante per istante - il mio essere in scena... capacità che nella vita a volte ci scivola via tra le dita. in una superficialità che non abita in teatro... in un non "guardarsi" e non "guardare"... non "ascoltarsi" e non "ascoltare" che è isolarsi e che in teatro è smettere di comunicare... - chiudersi - con il compagno... con il pubblico... eppure quanto siamo ormai avvezzi alla sordità o alla cecità che nella vita ci avvolge? di cosa sono fatte, allora, queste nostre improvvisazioni? di cosa, il nostro essere teatro? mi accorgo che siamo qui alla ricerca infinita di un attimo. di un attimo da vivere. di un attimo da rendere - vivo - a quello spettatore che ha pagato un euro per vivere l'illusione dell'emozione di un attimo. il primo giocare sul palcoscenico diviene sempre più ricerca di questi "nostri" attimi. non dico nulla ai ragazzi. sorrido con loro quando ciò cui diamo vita conduce al sorriso. ascolto. osservo. poi è vera l'emozione di daniela. le sue lacrime sono vere. il suo abbracciare maria è vero. e da tutto ciò noi che assistiamo non siamo esclusi. e la loro emozione ci invade e ci costringe al silenzio. per pochi "attimi"... silenzio... torniamo a parlare ancora. di quegli attimi che devono invadere la platea di ogni teatro e dei quali solo noi possiamo essere artefici. peter brook non pone le luci, o la musica, o la scenografia, o il palcoscenico, o le stesse poltrone in platea quale punto di partenza del teatro. lì pone l'uomo. poiché proprio dall' "elemento umano" ha origine ogni teatro. e l'uomo non è nient'altro che gli istanti che vive. forse questo stiamo cercando dentro un piccolo laboratorio. quell'uomo che è nascosto dentro di noi e che ha voglia di denudarsi... di scoprirsi... di emozionare... di emozionarsi... semplicemente vivendo una vita fatta di attimi. in fondo al palcoscenico un arco di pietra segna l'ingresso dell' agorà di un'antica atene. è notte. è silenzio. sono deserti i vicoli che si diramano dalla grande piazza del mercato. è lì che troviamo ancora lisistrata. è da lì che non ancora stanchi riprendiamo di nuovo a giocare. .....next back |