diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 13 marzo 2006 stesi sui materassini verdi... le luci del palcoscenico spente... il riverbero delle luci di sala lambisce il buio... a tratti lo penetra... il corpo rilasciandosi abbandona tutto il suo peso... lentamente comincio ad avvertire il mio respiro... a controllarlo... ogni tensione sembra abbandonarmi... la mia colonna vertebrale si distende... "respira"... inseguo ad occhi chiusi ogni centimetro della mia pelle... i muscoli si stendono senza fatica... percepisco il mio corpo essere tutt'uno con il mio respirare... con la terra che mi accoglie... in uno spazio immaginario che mi avvolge... sottilissima membrana che nutre... poi è silenzio. per qualche minuto, silenzio... prima di raccogliere lentamente il mio corpo in una posizione fetale... e piano riaprire gli occhi ai tenui lembi di luce che sporcano appena le pareti delle officine... comincia così la nostra sera, stasera... gli esercizi vengono dopo. li eseguiamo sempre più padroni dei biomeccanismi che presiedono alla respirazione. il mio muovermi tra loro è ormai divenuto un sottile incitamento a spostare ogni sera un po' più in là, oltre, il confine dei nostri limiti. né più mi sorprende la "consapevolezza" che ciascuno ha acquisito... le loro domande mirate... la richiesta di controllare quelli che erano i propri "vizi"... e verificare, insieme, se ancora, e quanto, lo sono. contro una parete del palcoscenico immaginiamo un grande armadio ove sono infiniti ripiani. dal più basso, posto in terra, al più alto, che quasi lambisce il soffitto. i ragazzi, in fila dalla parte opposta, cominciamo a riporre, secondo un proprio ordine, su quegli scaffali, parole rinfusamente disposte sul palcoscenico intorno a noi. ognuno coglie la prima ed emettendone il suono ne determina un luogo sul nostro "armadio". il successivo da quello stesso posto la prende, emettendo. ed ancora emettendo la sposta. un po' più in basso. o in alto. o ancora, di lato. e così ancora, l'altro... fino all'ultimo della fila. che coglie dal mucchio un'altra parola ed anche quella ripone tra le altre. è un gioco che coinvolge... diverte... sorridiamo... ed obbliga a continue variazioni di tono... di ritmo. e di estensione, poi... di potenza... quando immaginiamo di porre le parole nello spazio intorno a noi e passarle l'uno all'altra come fosse un oggetto... e quell'oggetto stesso ricondurlo ad onomatopeico suono alla parola... adesso tonda... adesso allungata... adesso appuntita... spegniamo le luci della sala. anche questo lunedì riprendiamo in mano il nostro copione... lisistrata. riparliamo delle nostre improvvisazioni. riportiamo alla mente l'immagine che ognuno di noi ha creato della donna di aristofane... il percorso che ci ha condotto a dare una prima, acerba verità, del personaggio... la "verità" di una donna in attesa... in una notte... sola... torniamo a parlare del nostro avvertire quel personaggio... di quel suo apparire senza parlare che già reca in sé un vissuto che non sappiamo ma che - unico - ha determinato il suo essere in quel luogo, adesso. e che ognuno di noi ha immaginato, immaginando lisistrata... abbiamo voglia di tornare alla lettura del testo. le parole di aristofane tornano a scorrere e già un'altra donna viene in scena, - è vincibella - subito incontro a lisistrata. le seguiamo battuta dopo battuta... le scopriamo nel loro dialogare... cerchiamo la reciprocità di quei due personaggi nel primo rapporto che tra loro si instaura... ed al tempo stesso prestiamo attenzione allo snodarsi della struttura drammaturgica... quelle donne che raccontandosi, in poche battute già forniscono al lettore l'ossatura dell'intreccio della "loro" commedia. leggiamo ancora. altri personaggi si aggiungono. fino a gremire un'agorà appena qualche istante prima ancora deserta. e la simbologia di aristofane, e del suo tempo, e dei suoi uomini, e dei suoi dèi, e dei suoi riti, scivola lungo un equilibrio difficile da mantenere... tra comicità, eros, poesia... crudezza... e la volgarità: sempre in agguato a nutrire qualsiasi "cialtroneria", sia pur essa teatrale... dialoghiamo degli altri personaggi... del loro impatto con la scena... della "verità" che recano... della sensazione che ci conducono... e tramite essi continuiamo a rintracciare la nostra lisistrata... il suo svelarsi nello svelarsi delle sue interlocutrici... ed insieme il divenire di una "verità" che non muta... e intorno a ciò torniamo a confrontarci. assorbiamo quelle parole. cerchiamo di intuire le voci di quelle donne che chiedono... temono... vorrebbero forse anche fuggire... ma che giurano, infine, stringendosi in un rituale che simboleggia la fertilità della donna. lisistrata - architetto... politico... stratega... - è il fulcro attorno a cui ogni cosa ruota. raccogliamo ancora le nostre sensazioni e rileggendo proviamo adesso a dar vita a quelle donne. ad immaginare un tempo... un luogo... una "verità" che non è la nostra. a fare nostro un linguaggio che non ci appartiene. a perorare una causa che, pur nella sua universalità, in aristofane prende la forma di una quotidianità iperreale. è questo il nostro immergerci nella favola "aristofanesca". fuggire la realtà per cercare di approdare ad una "verità". ed è subito evidente il doppio piano di interpretazione che aristofane impone. diversi sono i significati che "vincibella" coglie rispetto a quelli che lisistrata vuole realmente trasmettere all'amica ateniese. un sottile gioco di sottintesi imbastisce il loro primo dialogare. un sottile gioco da cui scaturisce l'equivoco - mai velato da aristofane - che è causa della comicità che investe il pubblico con un ritmo serrato... mai lento... né deve esserci alcun "compiacimento" interpretativo da parte nostra. da una parte la battuta nella sua oggettività... dall'altra l'assumere la stessa da parte dell'interlocutrice... interrompo spesso la lettura. la "verità" della battuta non coincide al suo essere "vera". se così fosse immediatamente trascenderemmo in quel "guitto" che spesso ha caratterizzato allestimenti delle commedie di aristofane. per far ciò esuliamo dal gioco di aristofane ed isoliamo vincibella fino a farla assurgere, adesso, per qualche istante, a protagonista della commedia. -"perché le parole di lisistrata originano in vincibella un senso diverso da quello che esse in realtà hanno?..." solo questa premessa ci conduce subito ad immaginare un "vissuto" anche per vincibella, che si rivolge a lisistrata rivelandosi donna già più matura negli anni, forse senza più tempo, o spazi, per i sogni... ma ancora "donna"... fortemente "donna"... e si coglie ancora un rispetto nel suo rapportarsi a lisistrata, segno di una differenza sociale... o culturale... nel dialogo le sue parole sono più semplici... più povere... lontana dalla aspirazioni nobili che animano lisistrata. ed è proprio il non immaginabile progetto della protagonista e la semplicità di vincibella ad essere l'innesto del "doppio senso" comico che nasce tra le due donne. proviamo a leggere ancora... senza cercare in alcun modo di far scaturire la comicità che è insita nella commedia ma provando a restituire vincibella e lisistrata quali esse si rivelano nel loro rapporto... e nella verità di ognuna è un linguaggio che nasce da pensieri estremamente distanti tra loro... e che non trovano un luogo dove incontrarsi... ed in questo "non luogo" è la comicità del loro incontro. ci fermiamo ancora. proviamo ancora. sono solo poche battute ma le nostre mani non smettono ancora di aver voglia di rovistare... cercare... tra le parole di aristofane. continuiamo a leggere. fino a quando si fa tardi... fino a quando si fa di nuovo tempo di spegnere le luci delle officine... .....next back |