diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 17 marzo 2006 ci coinvolge il parlare di "unicità" e "molteplicità" durante la lezione di scrittura creativa. il gioco dei contrasti ove il nero penetra in bianco... ed il bianco il nero... e mai i colori si intridono l'uno dell'altro... attorno al nostro "focolare" - un piccolo tavolo di legno - le nostre riflessioni si prolungano fino all'arrivo dei ragazzi. siedono vicino a noi. sulla bassa ribalta del palcoscenico. ascoltano. rubo a loro qualche minuto. infine raccogliamo i fogli sparsi sul tavolo. li riponiamo dentro le nostre cartelle. proseguiremo a parlare... e a scrivere... più di una volta, nel corso delle nostre serate, ho chiesto ai ragazzi di porre attenzione a se stessi... di "prestare orecchio"... di "ascoltarsi". e nel corso di questi mesi un continuo progredire ha ritmato le nostre sere. e prima ancora di quanto pensassi, credo che sia tempo, adesso. tempo di un nuovo lavoro. quello che propongo stasera. "ascoltarsi"... ma non più solo nell'accezione di udire la propria emissione. provare adesso a spostare altrove il centro del proprio ascoltarsi. ascoltare la tensione muscolare che si associa all'emissione... tensione non solo di una postura base, che rappresenta quella sulla quale fino ad ora abbiamo soprattutto lavorato, ma anche in relazione al movimento ed al conseguente coinvolgimento di eterogenei distretti muscolari del nostro corpo. sono esercizi che si sviluppano singolarmente o in coppia quelli che cominciamo ad eseguire. respirazione alla quale associamo in modo graduale il movimento. e ad esso, sempre gradualmente, un'emissione vocale lieve. il nostro parlare è un processo che ci coinvolge totalmente. basti pensare all' "atteggiamento" che assumiamo relazionandoci con una persona con la quale abbiamo un rapporto di reciproca quotidianità, ed all'atteggiamento che invece ci contraddistingue in nostro parlare durante un colloquio di lavoro. a tutto ciò è finalizzata questa nuova parte del nostro impegno laboratoriale. assumere ancora più profonda coscienza del nostro "corpo"; individuare quanto e come le tensioni muscolari possono "variare" il timbro, la potenza, persino il ritmo, della nostra voce; svilupparne un sempre più attento, consapevole, mirato controllo. i ragazzi sono incuriositi, divertiti anche, da questi nuovi esercizi certamente non meno impegnativi di quelli fino ad ora condotti. come sempre ci fermiamo. dialoghiamo. ci confrontiamo. i loro "perché"... le mie risposte... infine, uno per volta, li invito a salire sul palco e recitare i primissimi versi della divina commedia. gli endecasillabi risuonano nelle officine... e non è un "miracolo" l'immediato avvertire dei ragazzi di qualcosa di diverso nella loro voce. qualche minuto di pausa prima di riprendere. luca mi fa ascoltare una registrazione di un suo brano. è molto suggestiva. ne parliamo un po'. dovrà effettuarne ancora una. vuole che sia diversa da quella appena ascoltata. lo sprono. so che può fare molto di più. so che "vuole" molto di più. spengiamo le luci. "il malato immaginario" di Jean Baptiste Poquelin, meglio conosciuto col nome di moliere - una scena, quella tra Argante, becchina e il notaio - è il nostro gioco, questa sera. distribuisco casualmente i ruoli. luca... agnese... margherita... cominciamo a leggere. i sorrisi che la lettura stessa ci procura a tratti ci interrompono. la scena è breve. solo poche parole... per dire di moliere... per dire del suo "malato..." per dire della Comédie Française... ma differentemente dalle altre volte, dagli altri testi testi letti, invito subito i ragazzi o provare a restituire una verità del testo appena letto. prima luca... poi gli altri... non mi sorprende il fatto che accusino di sentirsi immediatamente falsi... "finti". qualcuno denuncia anche in sentirsi non diverso da ciò che gli sono apparsi alcuni spettacoli fatti tra amici. ed è un po' di imbarazzo, anche. non è casuale il fatto di aver esulato alcune fasi che caratterizzano il nostro primo approccio ad una drammaturgia. è in moliere un teatro che non avevamo ancora incontrato, di diretta derivazione dal teatro di quei comici italiani - la commedia dell'arte - alle cui rappresentazioni moliere aveva tante volte assistito, ancora bambino. in quei personaggi rintracciamo tanta parte delle maschere della commedia dell'arte. "maschere" che hanno ormai già perso la maschera ma in cui vivono gli stessi "tratti" che avevano caratterizzato i pantalone... o balanzone... o arlecchino... o gli innamorati... o zanni... personaggi, quelli di moliere, che sarebbe riduttivo ricondurre a caratteri o a caratterizzazioni, ma che indubbiamente contengono i motivi tutti di un teatro comico fortemente impregnato di caratteri grotteschi. ma il grottesco non è avulso dalla realtà. è forse spingere la realtà fino a superare i suoi limiti, fino a diventare "paradosso". da qui la necessità di cimentarsi subito col testo, proprio per eludere qualsiasi verità riconducibile ad un quotidiano, ma che dal quotidiano, nasce. più difficile è affrontare il teatro comico. e non solo tecnicamente. rintracciare quella verità che è riconoscibile nella verità di ogni giorno, ma che pure non appartiene ad essa se non in una dimensione se non in una visione alterata, distorta, della verità... e per ciò, anche comica. argante è un uomo malato, che dice di essere malato, che vive, nel timore della sua malattia, la sua stessa malattia; nell'attesa di una morte per lui ogni giorno imminente. ma ciò che scatta nei ragazzi, da subito, da quella prima lettura, è l'esigenza di "fare" il malato. ma quale è per noi la malattia di argante? dove è, fisicamente, il suo male? come si manifesta? ed eccoci di nuovo, ancora, a cercare una nostra "verità" da cui prendere spunto per "inventare" la grottesca verità di argante. improvvisiamo. qualcuno si blocca... qualcuno torna ad aggrapparsi alla necessità di rappresentare una malattia, un dolore... scomponiamo la nostra improvvisazione partendo da una verità piccola - semplicemente un mal di pancia - e cercando di ritrovare, sul palcoscenico, la quella stessa verità che a volte ha scandito tanti "istanti" della nostra vita. ci fermiamo dopo la prima prova. come sempre dialoghiamo tra noi. ascolto. poi ricominciamo. ancora la stessa improvvisazione, ma stavolta cercando, in quella "verità", un particolare da restituire con caratteri più grandi... un gesto... un intercalare nella voce... una contrazione... e ad ogni improvvisazione quel carattere assume dimensioni via via più macroscopiche... animalesche quasi... come i giri che agnese conduce intorno ad un sedia stringendosi il ventre... la voce non è più la stessa. anch'essa da lieve lamento si tramuta quasi in un gorgoglio indistinto... poi luca. ancora. bloccando una gamba "costretta" da un crampo e abbandonando il resto del corpo a mille inusitati movimenti tutti aventi quella gamba malata quale unico fulcro. da qui riparte il nostro leggere argante, analizzando adesso la battuta, cercando e spiegando il significato di ogni passaggio, e come, al di là delle parole, fossero contenute nel testo anche precise indicazione per una messa in scena. non abbiamo certamente ancora trovato una "verità" per argante... una "verità" di argante... ma di sicuro a nessuno tornano più in mente, adesso, i "toni" di uno spettacolo fatto tra amici... -"ma quanto necessario è questo lavoro?..." non è una provocazione, lo so. ma è un'occasione ancora per dire. non ripsondo. impartisco velocemente alcune indicazioni di lettura. sui toni. sul ritmo. sull'estensione della battuta. la leggo una volta. invito a leggerla nello stesso modo. la battuta ha una sua musicalità... è certamente detta in maniera corretta... i significati vengono tutti restituiti... ma io?... il mio giocare?... la mia creatività?... il mio teatro?... dove siamo? e dicendo "mio" mi riferisco a quello di ognuno di noi. forse è più facile vedere il teatro come "dirigere il traffico"... forse più facile... ma non ci appartiene. mai una volta è stato il nostro "essere teatro". nemmeno stasera, lo è stato. prima di andare via è il tempo di scambiare un paio di battute con agnese, non appena cambiati... -"stai crescendo... non guardarti allo specchio..." -"sì, sto cambiando..." -"ed io me ne sto accorgendo..." sorridiamo e raggiungiamo gli altri prima di spengere ancora le luci... .....next back |