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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
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.
.
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di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 27 marzo 2006
già da ieri
più lentamente
scivola verso la notte, il giorno...
le giornate si allungano
e paradossalmente
sembra che più velocemente
corra via il tempo
tra gli archi delle officine.
una pausa più lunga, oggi,
tra una lezione e un'altra.
una ragazza viene a sbirciare.
a chiedere informazioni.
a sapere di noi.
c'è ancora il tempo di un caffè
e di riprendere
l'interminabile intreccio
del mai sazio
dialogare con maria.
poi arrivano i ragazzi.
e non è ancora buio...

riprendiamo i nostri esercizi.
anche stasera
lavoriamo su respirazione ed emissione.
anche stasera
continuiamo a lavorare
sulla dissociazione e sul coordinamento del gesto.
i ragazzi hanno preso padronanza
degli esercizi.
gli appartengono.
si avverte una sicurezza
via via
maggiore.
ed ogni volta,
anche stasera,
nuovi elementi si aggiungono al nostro lavoro.
percorro la sala fino in fondo.
poi mi volgo al palcoscenico.
ed ancora scopro
una sincronia naturale
nel loro eseguire gli esercizi;
nel loro tracciare
nell'aria, intorno,
movimenti che pur meramente tecnici
assumono una leggerezza inaspettata;
nella nitidezza
con la quale adesso
mi raggiunge la loro voce.
non è più soltanto
l'esecuzione di un addestramento
per il lavoro dell'attore...
o forse è proprio questo...
quella "partecipazione" che coinvolge
non solo il diaframma
o le corde vocali
o un braccio sopra la testa,
ma che si tramuta
in un totale protendersi
verso l'immaginaria platea
che sappiamo affollare,
ogni sera,
il laboratorio delle officine.

giocare con lo spazio.
implodere ed esplodere
attraverso il palcoscenico.
dal centro alla periferia.
dalla periferia al centro.
movimenti netti, veloci, mai insicuri.
sfiorarsi senza mai toccarsi.
percepire il vuoto, per riempirlo.
intuire la pienezza, per svuotarla.
fare proprio un ritmo.
che conduce.
e all'interno del quale condursi.
ed accelerarlo.
e poi lasciarlo scemare...
e poi incrementarlo ancora.
e sentirsi individualmente all'interno di un coro.
e sentire il coro in ogni sua individualità.
ed ancora fermarci.
parlare.
capire.
nessun meccanicismo, ancora.
ogni cosa esilmente sostenuta dal pensiero,
dalla determinazione,
dalla consapevolezza
di se stessi...
ed anche quei movimenti
sul palcoscenico
divengono
attimi
di teatro.
e più di ogni cosa
è ancora la curiosità
di scoprire nuovi modi,
nuove strade,
altri linguaggi.
quella curiosità
che adesso si riversa interamente
nel nostro affrontare esercizi base di mimo.
un muro, prima...
una fune, poi...
i primi esercizi.
fatti di dettagli.
gli occhi.
le mani.
il corpo.
i piedi.
i passi.
e l'oggetto di fronte a noi,
inesistente,
con il quale prendiamo "realmente" rapporto.
le mani scivolano davanti a noi.
segnano.
tracciano.
poi un braccio si stende appena un po'.
solo un po' di più.
o in modo inconsulto,
senza volere,
si "staccano" per un attimo entrambe le mani...
ed il nostro muro
improvvisamente
svanisce.
riproviamo.
come sempre analizzando i movimenti.
come sempre partendo dall' "uno"
per arrivare poi al gesto
nella sua completezza.
con la coda dell'occhio
mi accorgo che gli altri ragazzi,
seduti sul proscenio,
ripetono ancora, da soli,
la sequenza dei movimenti.
mille muri...
mille funi...
mille sorrisi
per dire di nuovo
la voglia di fare.

anche stasera
spegniamo le luci
prima di riprendere in mano
le nostre carte.
"carte"
o  scrigni di emozioni
che attendono di essere rivelate.
o di rivelarsi.
abbiamo voglia di tornare a giocare
con i versi di ragazzoni.
la prima lettura
scorre semplice,
neutra di nuovo,
senza interpretare.
ci sono ancora molte cose da dire.
altrettante da ascoltare.
e nessuna fretta.
i primi colori,
quelli già stesi,
sono davanti a noi.
tinte forti.
sature.
proviamo a cominciare a lavorare
quei colori...
sfumarli...
miscelarli...
diluirli...
tenerli tra le mani.
imbrattarci di loro.
entriamo in punta di piedi
in quella sala
- l'ultima in fondo a una bettola -
un attimo prima
che il poeta sollevi in alto
il suo bicchiere di vino
e si rivolga agli amici.
ancora il non scritto...
ancora il non detto...
ancora immagini
che appartengono diversamente
ad ognuno di noi
- intimamente -...
sono questi il luogo
da cui muoviamo i nostri passi
attraverso una nuova lettura,
stasera.
- come siedono le persone intorno a quel banchetto?
  ed il poeta? dove intorno al tavolo?
è rumore intorno.
una sensazione che avvertiamo tutti.
ed il poeta ha bisogno
- vuole, esige -
il silenzio
per dire le sue parole.
e non è semplicemente
imporre con la propria voce
il silenzio
ad altri.
è forse più in un gesto...
in uno sguardo...
in un'intenzione...
il suo riuscire a zittire
la sua singolare
strampalata platea.
ed è ancora il pensiero che torna.
costruire la "verità"
di un uomo
che grottescamente,
nel modo più insolito,
annuncia la fine della propria vita.
forse l'autore ha scritto di getto i suoi versi:
una sensazione...
parole buttate giù di getto...
una cultura
che certamente risente
di influenze d'oltralpe...
non sappiamo perché ragazzoni abbia scritto quei versi,
ma certamente dobbiamo "inventarci"
un perché per poter dire
quelle stesse parole...
e trasmetterle
alla platea che le esige da noi.
attorno a questo
torniamo a confrontarci...
cercando un "quid"
da cui scaturisca la necessità di un brindisi...
e la capacità
di polarizzare l'attenzione
di convitati festanti...
sono cose che il pubblico non vedrà,
che fisicamente non vedrà,
ma che non può non distinguere
nel nostro "vivere" quella poesia.
riprendiamo a leggere.
l'endecasillabo...
la rima baciata, ancora.
rispettare il verso
ed al tempo stesso
impedire che esso ci costringa dentro una gabbia.
usarlo, piuttosto.
per esaltare,
mettere ancor più sotto le luci,
i significati,
il sapore,
l'incalzante ritmicità della poesia.
cominciano
a fluire di nuovo le parole di ragazzoni.
ma è come una sorta di timidezza
nell'affrontare il testo
da parte dei ragazzi.
non è un mondo che gli appartiene
quello che affresca
ragazzoni,
e si avverte una sorta
di disagio
nel pronunciare quelle parole
così crude ed insieme così stilisticamente cesellate.
di nuovo,
così come per moliere
ma diversamente da moliere,
è l'esigenza di andare fuori,
oltre se stessi,
ma di restare aderenti ad una verità.
sono questi i momenti del teatro che più amo.
quando si avverte
la caparbietà di un lottare
contro qualcosa di così inapparente
come un personaggio.
e lo si sente
in tutta la sua grandiosità,
si intuiscono
i contenuti del suo dire,
e si cercano,
dentro di noi,
note mai intonate
per far vibrare quella "musica"
che percorre il testo
in ogni frase,
in ogni verso.
e ritrovarla in noi,
ed abbandonarsi ad essa,
ed in essa costruire
la "verità" del nostro teatro.
sembrano solo parole,
ma non così è stato
quando margherita,
abbandonando ogni remora,
ogni pudore,
ha indossato i versi di ragazzoni...
ed il suo "quando, uditemi amici,..."
ha indotto tutti noi
ad ascoltarla,
davvero ascoltarla,
ed a vedere in lei
non più il suo giovane volto
ma i tratti incisi da una malattia lunga
che cercano di farsi strada
in una infinita
voglia di vivere
la propria vita
fino all'ultimo istante
ed a creare,
della propria morte,
l'unico "evento" dei giorni vissuti...
e proprio perché vissuti
solo quelli già morti...
nessuno mai di quelli a venire...

è tardi.
facciamo presto a cambiarci.
usciamo sul vicolo
tutti insieme.
da un'osteria poco discosto
ci raggiunge forte
l'odore della cucina...
forse non era diversa
la bettola
dentro cui ragazzoni
condusse il suo magnifico brindisi...

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