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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 24 marzo 2006
ancora qualche tempo.
qualche settimana, credo.
poi cominceremo a lavorare insieme:
la scrittura creativa da una parte,
il teatro dall'altra.
un nuovo confronto,
mai nato nelle officine,
tra chi scrive
e chi a quelle stesse parole
deve poi dare una verità...
interpretare.
due modi diversi
di vivere la stessa emozione...
o la stessa necessità:
raccontare.
raccontarsi.

sempre più particolari,
più "finalizzati",
i nostri esercizi.
un po' per volta,
alla respirazione diaframmatica di base,
cominciamo ad associare
il movimento.
movimenti "complessi", adesso.
dissociati tra loro.
sempre più ci spingiamo
dentro un lavoro che conduca
alla percezione più profonda
della biomeccanica respiratoria,
del conseguente coinvolgimento muscolare,
delle variazioni dell'emissione vocale
e del relativo controllo.
un lavoro faticoso,
che affascina,
che coinvolge,
che diverte, anche...
i ragazzi non meno di me...
io, come loro...
a volte ci si sente un po' buffi
al primo approccio
con esercizi estremamente particolari...
un braccio che disegna un cerchio sulla testa,
l'altro, esteso verso l'alto,
che sagoma un arco
seguendo il profilo
del rachide, della gamba fino alla caviglia...
e che lentamente si abbassa
accompagnando lo spostamento del corpo
lungo un immaginario piano longitudinale
che ci attraversa.
ci si ferma.
si frantuma il movimento, per assumerlo.
si riprova.
la respirazione scandisce.
è una fluidità
che poi accompagna
ogni movimento.
un disegnare
leggere figure,
trovando un armonia
tra il gesto, il respiro...
e l'emissione, infine.
nasce naturalmente,
nitido,
limpido,
il suono.
viaggia fuori da me.
lo accompagno.
poi lo trattengo.
torno a farlo mio.
e di nuovo inizia un nuovo ciclo.
respirazione... movimento... emissione...
è una qualità diversa nella loro voce.
io lo avverto.
loro, soprattutto, lo avvertono
ed iniziano a cogliere differenze...
piccolissime sfumature
che prima sfuggivano.

spegniamo le luci.
bacchette di cioccolato
sul proscenio
mentre riprendiamo dalle ultime sensazioni
che ci siamo scambiati
sulle improvvisazioni condotte
cercando di trovare
un nostro "argante".
una nostra via
verso "il malato..." di moliere.
"nostra" di ognuno di noi.
non delle officine.
continuare incessantemente
a stimolare la creatività di ognuno,
spingere a mettersi in gioco,
a mettere da parte
le cose acquisite
e cercarne di nuove.
affiorano
nella memoria di ognuno di noi
esperienze vissute
che riconducono al nostro gioco...
o che rappresentano
le difficoltà che adesso stiamo
affrontando...
cercando di superare.
e quella sedia sul palco,
proprio al centro,
sotto le luci,
sembra riverberare i raggi dei neon
ed assumere, adesso sempre più,
il carattere di una piccola sfida.
si alternano i ragazzi sul palcoscenico.
ognuno volendo spingersi
l'ultima prova.
sembra che le parole tante volte ripetute
adesso prendano forma
nella loro voglia di "sbagliare"
che ora tracima dal palcoscenico.
è insolita
- ma vera, perché realmente così vissuta -
la "malattia" di maria.
un dolore che la costringe
a stendersi ed a flettere una gamba
nel tentativo di lenirlo.
ne prendiamo subito spunto.
lo facciamo nostro.
e quella gamba flessa
inizia a trasformarsi.
ad avere una sua ritmicità
nello stendersi e di nuovo contrarsi.
diviene quasi un movimento ginnico.
una "flessione".
ed ancora oltre va agnese.
trasformando quel gioco
ben oltre la verità,
ben oltre il grottesco,
dandogli i contorni
di una clowneria.
diventando quasi corpo unico con la sedia.
si  muove...
si agita...
cade e si risolleva...
la sedia con lei.
buffa danza
a cui fanno seguito le battute di argante,
i nostri sorrisi,
e l'incredulità della stessa agnese
che forse non si credeva capace
di questa sua ultima prova.
non smettiamo di sorprenderci
durante le nostre serate;
non è più insolito
che qualcuno doni
qualcosa di sé
che non sapeva di avere.
è come un percorso a ritroso,
il nostro.
riscoprire quella spontaneità,
quell'assenza di vincoli
o costrizioni,
quella ingenuità
che è dei bimbi...
che è stata la nostra.
ma senza "provocare" nulla.
sciogliendo piuttosto
invisibili nodi
e lasciando che le cose di noi
semplicemente fluiscano...
riprenderemo ancora
le improvvisazioni...
proveremo ancora
ad andare qualche passo più avanti
nel nostro ricercare...
apriremo ancora le porte
del nostro "sentire"
alle maschere di moliere...
ma adesso,
dopo queste improvvisazioni,
più forte è l'esigenza di quiete.
lasciare che pensieri, emozioni, sensazioni,
ora maturino in noi...
sedimentino...
lascino "traccia di sé"...
ed infine si dimentichino quasi.
per poi tornare
come un vecchio copione
tirato fuori da un cassetto
e riletto, a distanza di tempo,
con occhi
cui i giorni hanno rivelato
cose che non viste ancora.

ad una poesia sono molto legato.
una poesia di ernesto ragazzoni.
una poesia dei miei primissimi giorni in teatro.
delle prime emozioni.
dei primi provini.
maria l'ha ritrovata per me.
ed è stato un dono bellissimo.
la leggiamo stasera.
tutti insieme.
ed è forte l'emozione
di condividere con loro
quelle stesse parole
che ho tanto amato.
né le ho dimenticate,
come invece temevo.
verso dopo verso ritornano alla mia memoria.
e con le parole
episodi che erano rincantucciati,
silenti,
dentro di me.
e credo che lo stesso immediato amore
che ho nutrito per quei versi
non sia stato diverso
da quello che mi pare di scorgere,
in questo istante,
sul viso dei ragazzi.
la prima lettura
è sempre una lettura neutra,
non interpretativa,
mirata a capire...
comprendere...
assimilare...
ma non è facile sfuggire
all'endecasillabo,
alla rima baciata,
alla struttura metrica
della poesia.
ci si lascia trasportare,
come è naturale che sia, per loro,
adesso,
dalla musicalità del verso,
delle parole.
è qualche istante, poi,
dopo aver letto,
prima che i ragazzi parlino...
raccontino quelle
sensazioni,
le prime,
che li hanno catturati...
che sono rimaste addosso a loro.
poi cominciamo,
tutti insieme ancora,
a costruire...
immaginare un ambiente...
una notte d'inverno...
del vino rosso
a coronare un brindisi
tra amici seduti intorno ad una tavola
ove sono gli avanzi di un'ennesima cena
consumata insieme...
e l'annuncio di una festa,
la più grande, sontuosa,
l'ultima...
quella de "il mio funerale".
questo il titolo della poesia.
ma insolito
il funerale che il poeta anela
per le proprie esequie.
divorato,
"roso" dalla cirrosi,
immagina un suo mondo,
"immaginifico mondo",
che assisterà alla cerimonia
di cui egli egli sarà
il solo indiscusso protagonista.
un mondo che si anima nei vicoli sporchi
di una torino che vive nell'ombra
di un'antica regalità
e di un misterioso esoterismo...
non carri trainati non da sei cavalli,
ma le sue spoglie trascinate da  porcellini tinti...
orchestre che suonano strumenti
"impensati impreveduti"...
folle che lo osannano
o che ancora non tacciono le maldicenze...
fiori piantati con le radici in alto
e le corolle che sbocciano sottoterra...
e sull'epigrafe una frase sola:
"d'esser stato vivo non gl'importa".
cominciamo il nostro percorso
di analisi dentro il testo.
cerchiamo di rintracciare
dietro ogni parola
i mille significati che ognuna cela...
simboli e valori...
ateismo e laicità...
rapporto con la vita...
rapporto con la morte...
il quesito irrisolto
di qualcosa che è oltre,
se qualcosa vi è oltre la vita...
e tutto ciò
sulla giostra sulla quale
pare ci abbia catapultato
ernesto ragazzoni con la sua poesia...
ancora ricominciamo a leggere.
scopriamo un incedere
del verso
che coinvolge...
un progredire
di immagini,
di personaggi,
di luoghi...
proviamo a indossare
l'architettura poetica dei versi...
a vivere
quegli istanti
lontani da ogni nostra realtà
che il poeta ci restituisce...
proviamo...
e già stasera
è in ognuno dei ragazzi
un modo diverso di essere
quella poesia...
di essere teatro...

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