diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 10 aprile 2006 già lunedì scorso ne avevamo parlato. e stasera, è. "come in teatro"... spente le luci della sala, disponiamo le sedie in forma di un cerchio imperfetto, aperto verso il fondo della scena. immaginaria agorà di atene al centro della quale è lisistrata. come in teatro, adesso. cercando di dare "verità" scenica a quella "verità" che abbiamo cercato, trovato, perso, poi ancora trovato. attraverso il nostro analizzare, leggere, improvvisare. senza mai porre limiti al nostro "sentire", al nostro restituire la lisistrata che lentamente prendeva forma dentro di noi e che è già stata capace di attimi di vita "veri" - quando l'emozione ci ha investito - e con lei tutto ciò che attorno a lei era. adesso cerchiamo di riversare sul palcoscenico questo "tutto ciò che è stato", così come per ciascuno è stato. agnese, per prima, è sul palco. muoviamo dalla sua improvvisazione. da quel suo semplice "stare" volgendo piano lo sguardo intorno ed animando, volta volta, tutto ciò che scorreva davanti ai suoi occhi. e tramite i suoi occhi, innanzi ai nostri occhi. sono movimenti semplici, ma che si stagliano netti, nitidi, essenziali... e già narrano. pur senza dire. pur senza descrivere. pur senza ritrarre. ma è tensione in ogni suo gesto; tale da invadere e costringere a non distogliere da lei la nostra attenzione. e quando ciò accade, è come se si spezzasse l'inesistente filo che avvolge noi e lei, e lungo il quale ogni cosa fluisce. reciprocamente, fluisce. è il disagio che proviene dal sentirsi improvvisamente finti, non più naturali... dalla capacità di cogliere la differenza tra l'essere tesi per "essere" lisistrata e la percezione del cadere nel "fare" lisistrata. ci fermiamo. come sempre torniamo a parlare, a capire, a penetrare i singoli istanti di un gioco che non smette mai di svelarsi. ...e di sorprendere. individuiamo un percorso all'interno del codice di un linguaggio teatrale che ora sentiamo più vicino al nostro dialogare: dialogare con lisistrata... dialogare con l'immaginaria nostra platea. come su una tela bianca schizziamo brevi tratti di matita. ove il pensiero, la "verità" che avvertiamo, è ciò che guida la nostra mano. che suggerisce i chiari e gli scuri di un disegno che sappiamo - che dentro di noi, sappiamo - ma che ancora non "è"... ma che ancora non può essere. agnese continua a provare. e lentamente inizia ad affiorare quella naturale consequenzialità che lascia tracimare ogni istante nel successivo... di più. che "necessita" di quell'unico successivo istante. non di altri. e su quella "necessità" incentriamo il nostro gioco. ripercorriamo a ritroso tutto ciò che può, che deve, aver condotto lisistrata lì, in quel luogo, in questo tempo che è il suo "tempo". e tornano a sorgere i nostri perché ai quali senza difficoltà adesso sappiamo rispondere. ed in ogni risposta ravvediamo è l'impossibilità di un gesto, di un movimento, di una "presenza" in scena... poiché tali, essi non possono appartenere a lisistrata e lasciano invece distinguere agnese... la sua ricerca... i suoi tentativi... lavoriamo insieme, fianco a fianco, fino a quando agnese comincia a sentirla, la sua lisistrata, e i mille piccoli gesti che valgono a superare o a celare l'impatto con la nudità cui il palcoscenico ci espone, lentamente svaniscono. ed ha "necessità" di dire, ora, lisistrata... di denunciare la sua amarezza e la sua delusione... ed insieme la caparbietà e la determinazione che ancora non le consentono di lasciare l'agorà. di andar via. e sorge "non detta", ma "vera", la battuta di lisistrata, come qualcosa che si reca dentro, che lievitando cresce, un moto dell'anima che già vive - prima - nei gesti e che i gesti stessi sembrano infine evocare. vincibella raggiunge lisistrata, poi. con daniela, così come prima con agnese, ricomponiamo i frammenti sparsi del nostro gioco dei giorno passati. torniamo ad immaginare, supporre, la "verità" che muove la donna ateniese fino all'agorà ove lisistrata attende. le domande di daniela. le mie risposte. il confronto con gli altri. i perché e i dubbi di tutti. la rispondenza ad una "geometria" che ancora sfugge. è presto per geometrie... è presto per parlare di equilibri... è presto per preoccuparsi del non "impallarsi", del non sovrapporsi scenicamente l'uno sull'altro. è ancora troppo bianca la tela. ancora troppo fine la matita nelle nostre dita. daniela conduce vincibella in scena. un disegno semplice quello che suggerisco... quello che monto... lo puliamo insieme. cerchiamo tempi. ritmi. rapporti. non esigo di più. non adesso. lascio che provino la loro scena un paio di volte. lascio che l'acquisiscano. lascio che comincino a sentirla loro. e loro stessi dentro di essa. ed è già una "verità" che si insinua... che prende corpo... che mi induce al silenzio... ad ascoltare... poi faccio un passo indietro. come se nulla avessimo imbastito, invito agnese e daniela ad inventare la loro scena. a trovare al di là di un disegno scenico, per quanto elementare sia il nostro, un loro vivere la scena. dalla solitudine di lisistrata, all'ingresso di vincibella, al loro dialogare. poiché non è un solo modo di essere teatro, ma è un teatro dentro ognuno di noi. che ci viene dalle esperienze che appartengono a ciascuno di noi e che sono uniche, per tutti, uniche. è come improvvisare, ancora, ma dentro binari ben delineati, in un rapporto che è con lo spazio, che è con il compagno, che è nella condivisione di un tempo e di un luogo. che è in una "verità" - non più quella di lisistrata o di vincibella - ma quella della commedia di aristofane. e non smettono di sorprendermi, i ragazzi. cancellano il mio disegno con la levità del loro abbandonarsi alla scena. "naturalmente" l'una cerca gli occhi dell'altra... le parole... e queste prendono vita non solo perché pronunciate ma perché "udite"... comprese... fatte proprie... e nasce l'intreccio di un "dialogo" che non è fatto di parole, ma di un comunicare pensieri... sensazioni... emozioni... che solo infine si vestono di parole. non diversamente invito poi gli altri ragazzi sul palcoscenico. maria e anna, insieme. ed ancora diversa è la notte di atene... perché diverso è il loro avvertire i personaggi, il loro calarsi in essi, o lasciare che essi comincino lentamente a dilagare dentro di loro. diversa la piccola lotta che ingaggiano tra una verità che è la loro di ogni giorno e quella "immutabile" - come scriveva pirandello - che appartiene a lisistrata e a vincibella. ma nessun attrito è nel loro mettersi in gioco. riconosco tempi e ritmi che sono stati della lettura... ma adesso appaiono scanditi da una misura che mai era stata. è un incedere cadenzato dalla scoperta di una sempre nuova simbiosi tra "gesto" e "battuta"; in un continuo, incessante, tendere a quella "verità" che dal palcoscenico ci raggiunge nella sala in penombra. ancora fermo... ancora dialoghiamo... ancora proviamo... ancora... non avremmo voglia di finire. restiamo ancora a parlare. poi anna tira fuori dalla sua sacca una busta. dentro piccole uova di cioccolata e un animale di pelouche, annodato in un fiocco... ad ognuno un colore diverso... ad ognuno un animale diverso... sorridiamo. forse per la sorpresa di un dono inaspettato... perché forse ognuno si riconosce nel suo colore... o nel suo pupazzo... sarà pasqua tra una settimana. molti di noi partono, chi per raggiungere la famiglia... chi per concedersi qualche giorno di quiete... anche le officine, per qualche giorno, si fermano. un bacio... un sorriso... e la voglia di ricominciare a giocare... .....next back |