diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 21 aprile 2006 abbiamo lasciato che le nostre parole... i nostri gesti... le nostre emozioni... ansie, paure... affiorassero in noi. abbiamo lasciato che scivolassero via da noi. che ci abbandonassero tramutando l'inconsistente apparenza in "atti" capaci di incidersi cesellando il tempo che è scorso... che scorre... nelle officine. stasera è come se ricomponessimo "attimi" di questo tempo che è appartenuto solo a noi e provassimo ad ambire, ancora, ad un "nuovo tempo". insieme, per la prima volta stasera, i ragazzi del corso di scrittura creativa e la classe di teatro. incontrarsi è bello. fino ad ora ci si era solo incrociati. lo spazio di un saluto, di una battuta. poco più. adesso qui, con la voglia di condividere le proprie diverse esperienze. il proprio diverso vivere il laboratorio. non giochiamo, stasera, sui testi degli autori che già sappiamo. nemmeno su altri scritti di autori noti. ciò a cui proviamo a dar vita sono le parole nate tra queste pareti, in forma di racconti brevi; parole scritte dai ragazzi, parole che ora si intridono dell'ansia che essi stessi adesso recano con loro, parole cui stiamo per dare una forma che mai hanno avuta; staccarsi dalla pagina e sorgere sulle labbra di chi le interpreta. né è minore l'emozione degli altri, per la prima volta di fronte non solo ad un testo, ma anche a chi in quel testo ha riversato le proprie emozioni. spengiamo le luci. avevo dato un tema su cui scrivere, non pensando ancora all'incontro di stasera... "il confronto" avevo chiesto per questa giornata che improvvisamente è divenuta testimone di questo primo piccolo reale "confronto" tra due modi di dare forma alla propria urgenza di dire... di comunicare... di essere... cominciamo "naturalmente". ognuno legge il proprio scritto. sono parole che nessuno di noi ancora sa... parole che ascoltiamo tutti per la prima volta, io con loro, in silenzio. maria e mariapia idealmente al centro del nostro palcoscenico. tutti noi intorno a loro. la loro voce tradisce un'emozione vera, reale, di adesso... i racconti narrano di donne. due amiche che si ritrovano dopo la lunga assenza di una; una madre e una figlia, al primo sbocciare della pubertà di questa. racconti diversi. apparentemente semplici ma che già alla lettura rivelano un sottotesto che conferisce loro una prima dignità letteraria, sebbene ancora acerba la mano che li ha vergati. ma non è il giudizio sul testo ciò che più interessa il nostro giocare. è il confronto diretto, immediato, tra la parola scritta e la parola detta; tra chi è qui, stasera, indossando i panni di "autore", e chi indossando quelli d' "attore". ed è ancora un passo, non breve, non facile, lungo il nostro percorso verso il teatro. come sempre cogliamo le prime sensazioni... quelle che ci investono... quelle che subito ci restano addosso... quelle che per prime vorremmo restituire... ed il "confronto" nasce immediato. sensazioni, significati, emozioni quelle che si volevano recare, scrivendo... quelle che si colgono, ascoltando... si parla... si ascolta... poi leggono i ragazzi. il testo di mariapia, per primo. la formalità della fine di un pranzo a dire il disagio di un silenzio che le parole non riescono ancora a spezzare. un viaggio lontano. il ritorno. la necessità di ritrovare un'amica. l'amica vissuta in lunghe lettere inviate nei mesi di assenza, parlando di tutto per non dire di sé. nascondendo un dolore profondo con l'alibi di un quotidiano lontano dai giorni lasciati, ma usuale in una terra cui si sente di non appartenere. ed il silenzio ancora. noto. ineluttabile preludio alle lacrime, al fiume di parole che vuole rompere gli argini del pudore di un dolore. mariapia e i ragazzi parlano a lungo. io ascolto. intervengo. provoco. proviamo a leggere. non più una lettura piana, ma un primo tentativo di interpretare. di dare una verità. si procede in simbiosi. ognuno riconoscendo nell'altro la stessa verità. che muta... che si trasforma... che assume toni e sfumature diverse... in ognuno, diverse. ma che non cambia. e che restituisce intatto un dramma lungo venti righe appena. ed è come se quelle parole, emozioni, gesti... ansie, paure... disagi... fuggendo via da noi avessero trovato un loro luogo tra le assi del palcoscenico. e lentamente, stasera, germogliano... e i frutti... i primissimi frutti... ora iniziamo a raccogliere. guardo gli occhi di mariapia. mai qui, la stessa luce di adesso, avevano restituito una volta. più intima, delicata, tenera, a tratti, la scrittura di maria. l'immagine di un ricordo. quello di una madre che osserva la propria figlia guardarsi allo specchio. in quell'età in cui il corpo comincia a ribellarsi e fragili divengono le sbarre dell'età che lo contiene. la bambina si interroga... chiede alla madre... un bocciolo di seno le si rivela. solo un piccolo bocciolo. ed osserva ancora la madre. ed ancora chiede. e per la madre non c'è più un domani cui rimandare la necessità di svelare alla figlia il "miracolo" di quel suo rinascere adesso piccola donna. dopo aver letto ancora, torniamo a parlare. e più piani di confronto vengono alla luce nel racconto di maria. ma ci accorgiamo subito che ben oltre le parole, il fatto narrato, è un altro, diverso da quelli manifesti, più profondo, il confronto che quel breve testo pone sotto i nostri occhi. non quello tra la madre e la figlia; non quello, impudico naturale, della figlia con se stessa; più celato, più forte, più vero, è il confronto della madre con lo scorrere della vita. è qualcosa che rintracciamo lentamente, analizzando il testo, frase dopo frase. qualcosa cui forse maria non pensava, come spesso accade a chi scrive, quando non si vuole che intellettualismi o facili simbolismi, rimangano attaccati all'inchiostro e sporchino poi il foglio. ma è qualcosa che lei stessa riconosce, sorprendendosi di una valenza che non credeva avesse il suo scritto. e sulla figura di questa madre cominciamo ad intessere la nostra analisi del testo in un continuo rapporto con maria che del testo è autrice. ma il confronto è anche dialettica. così tra noi. ed essa sorge, quando sorge l'esigenza di dover restituire ad un pubblico una "verità", la "verità", ed è sufficiente una sola parola a dare allo scritto, al rapporto tra i personaggi, allo snodarsi della vicenda, un significato immediatamente diverso da quello che contiene, che sentiamo appartenergli. sorrido tra me quando nelle officine prende forma, non dissimile, il dialogare tra un autore e il regista, o gli interpreti, nelle fasi di lettura e di analisi drammaturgica o letteraria. caparbiamente maria difende una sua scelta. opponiamo le nostre ragioni. lei e noi. ognuno spiegando i propri perché. che non sono estetici, ma strutturali, usando termini attinti al linguaggio di peter brook. assistere ad un confronto sul "confronto"... mi sembra quasi di sentire il ghigno di achille campanile mentre ancora parliamo tra noi. infine riusciamo a capire la "contraddizione" contenuta nel testo. non voluta. e certamente difesa perché non comprese immediatamente le motivazioni addotte per spiegare. operiamo un piccolo "taglio", infine. poi leggiamo di nuovo. guardando il testo adesso da una prospettiva opposta a quella della prima lettura. una madre che nel ricordo dell'immagine della figlia che scopre il proprio fiorire si confronta con la propria vita che scorre senza fermarsi... senza mai guardare indietro... riaccendiamo le luci della sala. ogni volta è come venire fuori da una stanza dai mille colori. raccogliamo le nostre cose, i nostri fogli. ci cambiamo. uscendo parliamo ancora. è stato un esperimento nuovo all'interno del nostro continuo sperimentare. ed io ho voglia di ascoltare. di capire. ma mille domande dei ragazzi ancora mi assalgono. solo una cosa è certa. la voglia di giocare ancora, come stasera, gli uni e gli altri, insieme. e capire. e mettersi in gioco. e crescere. guardo ancora mariapia. quella luce nei suoi occhi, nella notte, non si è ancora spenta. e le scale che ci conducono via dal vicolo fanno eco di nuovo al nostro sorridere... .....next back |