diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 26 maggio 2006 aspettiamo gli altri. è un po' di ritardo, stasera. casualmente. così come altre sere. quando il traffico, gli impegni improvvisi di qualcuno, costringono a quelle attese - mai lunghe né noiose - che per noi che aspettiamo sono ancora un'occasione di più per ritrovarci. e parlare. di questo mese di maggio che non è, come l'anno scorso era stato, già l'ultimo mese. abbiamo deciso insieme, tutti, di andare avanti ancora a giugno. ma non dialoghiamo di bilanci. delle cose già fatte. delle esperienze vissute. non solo. è la progettualità che vogliamo che investa i prossimi mesi, la stagione a venire. agnese e anna ci raggiungono. ma continuiamo ancora a parlare. e nel dirci l'un l'altro i nostri pensieri, in ognuno il palcoscenico comincia ad assumere una forma via via più concreta. via via meno distante. ma sono sogni. ancora sogni. un po' meno distanti... ma hanno ancora il colore del sogno. velocemente i ragazzi si cambiano. poi sul palco. tutti. ho voglia di mettere ancora a fuoco il nostro primo lavoro sul coro. ancora provare il nostro gioco che spinge ad essere "uno" senza smettere di essere in simbiosi con gli altri. le regole non cambiano. ma più rigorosi, adesso. solo gli occhi conducono. il resto, ogni cosa, è bandito. lentamente i ragazzi fluiscono dentro il nostro gioco sul coro. lentamente la tensione cresce. lentamente è sempre più silenzio. e si creano fili invisibili a legare gli uni con gli altri. a tessere passi, percorsi, rapporti inventati all'istante. e la voglia, la necessità, di un rigore reciproco. io guardo. osservo. né mai mi stanco di guardare. di osservare. ho imparato. la prima cosa che il teatro mi ha insegnato. qui come altrove. fuori da qui. e leggere i gesti. gli sguardi. i fatti quando si tramutano in "atti". ed a volte meglio sarebbe non saper leggere. ma più d'ogni altro noi dobbiamo saper guardare intorno a noi, saper "assumere", saper analizzare, criticare. mai giudicare. o mai lasciare che il "giudizio" condizioni la libertà d'ognuno d'essere teatro. e prima ancora, più importante, d'essere uomo. adesso guardo i ragazzi. li vedo muoversi. li vedo sbagliare. e correggersi. e nel loro gioco rilevare gli errori degli altri. e non essere parchi con loro. che non vuol dire essere cattivi, ma semplicemente essere se stessi; pur dentro un gioco, se stessi. ancora la vita che ambisce invano al "teatro"... ancora il teatro che modella irriconoscibile la "vita"... i ragazzi mi chiedono suggerimenti. dettagli tecnici - piccolissimi - ma fondamentali per il loro progredire nel gioco, attraverso la scena. ascolto. rispondo. suggerisco. poi sorrido. e mi accorgo di come... e di quanto... sappiano già vivere il teatro. nessuna pigrizia cialtrona... nessun sapere ostentato... nessuna penna intinta nell'inchiostro di un improbabile "io"... siamo insieme. siamo coro. "singolarmente" coro. patrizia stasera ha portato una delle pagine più belle della drammaturgia. "Cirano..." so che un pezzo molto difficile. tecnicamente difficile... so che siamo ancora molto acerbi per affrontare un simile testo... so che la cosa migliore per dimostrare quello che dico è lasciarli provare... così... spegniamo la luce della sala... è nel testo francese una musicalità inusitata a racchiudere le parole di cirano come in uno scrigno che lentamente aprendosi rivela una luce che ammalia. questa l'immagine che ebbi la prima volta che affrontai la lettura del testo di edmond rostand. questa l'immagine che ancora mi colpisce, sebbene diverso sia l'impatto musicale dettato dalla diversità linguistica tra l'italiano e il francese. ma a quel ritmo, a quel suono, i ragazzi si lasciano andare leggendo insieme una volta. una seconda volta, poi. le considerazioni sono immediate e nessuna, fortunatamente, - e sorrido adesso che lo scrivo - prende origine dalle dimensione del naso di cirano. e certamente non per rispetto del signore de bergerac. dall'analisi di questa pagina del testo lentamente riconosciamo tutte le sfumature che distinguono lo spadaccino francese. e gli danno colore. ci confrontiamo con i ragazzi. ciò che viene dalla critica... dalla saggistica... dalla drammaturgia... individuiamo da subito il nostro cirano. ed ognuno il suo. ricominciamo a leggere. stavolta cercando restituire qualcosa di più di quello che le parole contengono. e recano. e inevitabilmente ci imbattiamo nel "naso" di cirano... difficilissimo naso... diversissimo naso... ci accorgiamo da subito che stavolta no, stavolta il pensiero da solo non basta a portare oltre, al di là della quarta parete, la "verità" di cirano. è necessario un bagaglio tecnico che deriva da una padronanza dei propri mezzi che, ove non sia un talento inciso nel proprio codice genetico, può venire solo da una lunga, assidua, pratica di palcoscenico. in un attimo trasformiamo la drammaturgia di rostand in una provocazione per il nostro gioco in laboratorio. e su quel monologo in cui mille epiteti vengono a "descrivere" il suo naso, cominciamo a lavorare con le improvvisazioni. io, sul palco, con loro. cercando di far scaturire un rapporto tra personaggi immaginari in cui sia chiaramente leggibile la "verità" di un pensiero. un pensiero che nasce proprio dal cirano. staccandosene prima, per poter poi meglio aderire ad esso. è molta timidezza, inizialmente. quella che ancora accompagna il disagio del nostro primo essere in scena. timidezza che col corso degli anni assume altre forme, prende altri nomi, ma che non credo abbandoni mai chiunque scelga di confrontarsi con una platea... e di dire... comunicare... emozionare... non semplicemente "mostrarsi". la memoria "cilecca" le nostre battute. ci fermiamo. sorridiamo. di nuovo riprendiamo a giocare. i ragazzi seguono divertiti chi si alterna sul palco, con la voglia di esserci, essi stessi, come gli altri... lentamente il gioco delle improvvisazioni - mai goliardico - comincia a catturarci... si abbandonano resistenze... e i timori... e i pudori... ed inconsapevolmente tutti il bagaglio acquisito attraverso i lunghi esercizi di tecnica respiratoria... di emissione... di fonazione... naturalmente adesso sembra dare il colore che cerchiamo ad ogni pensiero... frase per frase un pensiero diverso... ed è ritmo... tempo... tono... ..."verità". siamo esausti a fine lezione. esausti, ma contenti. spengiamo le luci. nella penombra del corridoio verso l'uscita le nostre voci adesso risuonano... .....next back |