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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
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.
.
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.
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.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 29 maggio 2006
è l'ultimo giorno di maggio, oggi
era stato l'ultimo di laboratorio,
l'anno scorso.
una sera come questa,
tutti insieme
intorno al palco
raccogliendo
le emozioni
dei giorni vissuti
insieme ed appena finiti.
così, come sottotitolo,
era stato un mio spettacolo
..."ciottoli di una stagione"...
in un anno qualche volto è cambiato.
altri se ne sono aggiunti.
ma tutti hanno mutato
- sì, in qualche modo mutato -
il modo di "guardare".
di vedere intorno a sé.
stasera non abbiamo ancora smesso
di cercarli - i nostri ciottoli -
lungo la strada
che giorno per giorno
ci conduce
verso un luogo
non detto
ma che tutti sappiamo...
immaginiamo...
ambiamo.
un luogo che è soprattutto dentro noi stessi.
un piccolo giardino che abbiamo preso a curare.
una terra rara
che si cela
agli sguardi superficiali
e che si rivela
lentamente.
a volte solo camminandoci su.
a volte prendendola in mano
e stringendola in un pugno.
a volte con la caparbietà
di voler strappare via
l'erba incolta
che soffoca.
terra.
zolla per zolla, terra.
abbiamo deciso insieme
che avevamo voglia di continuare ancora,
di condurci ancora,
tutti assieme,
lungo questo prossimo mese di giugno.
come se qualcosa fosse ancora da dire...
qualcosa da cogliere...
da dividere...
da condividere.
ma anche adesso
sono solo pensieri
che si inseguono senza alcun ordine
nella mia mente.
semplici sprazzi di memoria
che riaffiora
e che proietta
con ancora più forza
attraverso gli istanti
che adesso - adesso ora -
viviamo.

lavoriamo ancora
tecnicamente
stasera.
i nostri esercizi.
ancora sulla respirazione.
e poi sulle altezze.
sui cambi tono.
sulla modulazione vocale.
esercizi a terra, prima.
per "ritrovare" equilibri
e la più semplice,
immediata,
padronanza di un meccanismo
che non ancora fa parte
di quegli automatismi
che normalmente
si svolgono
nella nostra vita.
lavorare col diaframma
non vuol dire
"pensare" al diaframma.
la respirazione,
così come ogni funzione
neurovegetativa,
non è qualcosa a cui pensiamo.
non possiamo
credere la respirazione
diaframmatica
come qualcosa
che interviene
solo nel momento in cui
il palcoscenico
- il gioco dell'attore -
ci obbliga ad essa.
e di nuovo
torniamo a parlare
di sostanziale differenza
tra meccanicismo,
inteso in questo caso 
come determinazione volontaria,
e di automatismo,
quale funzione involontaria
alla quale tendere.
e poi in piedi.
ancora qualche esercizio
di emissione
associando il gesto
quale misura della respirazione.
ed infine,
come se il nostro apparato fonatorio
fosse davvero un muscolo,
degli esercizi di rilassamento
degli organi
interessati nel nostro lavoro.

torniamo a parlare di camminate.
sembra un po' strano.
a tutti.
come tornare su qualcosa di già fatto...
di acquisito...
ma nulla in teatro è già fatto.
nulla mai acquisito.
e c'è sempre un altro modo,
un'altra "forma",
che le cose intorno a noi possiedono.
né mai può scemare
la voglia
di scoprirla.
solo tre passi.
non chiedo nulla di più.
sequenze di tre passi
- la linea di fuga delle mattonelle
come un sentiero -
scandite tra loro da un movimento della testa.
laterale.
frontale.
laterale ancora.
ma non casuale.
secondo un tempo.
un ritmo.
con una direzione
determinata e non mutevole.
nasce da qui
la necessità di coordinare.
intuire un incipit
nel mio gesto.
intuirne una fine.
sembrava più semplice.
banale.
ma improvvisamente
il normale equilibrio
sembra si sia smarrito.
a volte piccoli passi
come da ubriachi.
sorridiamo di noi.
e riproviamo.
poi cominciamo a lavorare
in gruppo.
una coppia.
tre.
tutti.
ed al coordinamento
dei propri gesti
si aggiunge la sincronia
con gli altri.
ancora creiamo
immagini a cui legare
il nostro agire.
motivare.
e scopriamo
ancora
una nettezza del gesto
che diviene nettezza
del nostro "dire",
del nostro "comunicare",
del nostro voler riversare
intorno a noi
ogni cosa in noi
abbia genesi.

spegniamo le luci della sala.

ancora campanile è il nostro gioco.
da "le tragedie in due battute"
i ragazzi ne scelgono
una ancora non letta.
i sorrisi accompagnano sempre
il nostro scoprire,
o riscoprire,
quei testi brevi
eppure così densi.
i personaggi si rivelano subito.
colori sgargianti
come quelli già visti.
non tinte tenui.
sfogliamo le parole
che sono il loro essere
tangibile...
forma ai pensieri...
scostiamo piccole pieghe...
intuiamo quella vita
di cui il testo rappresenta
brevissimo scorcio.
come se avessimo strappato
il velo agli attimi
di un giorno qualunque...
e in quegli attimi
la "tragedia" breve
di piccoli personaggi
non diversi da noi.
poiché non vi è forzatura
nel surrealismo di campanile.
sembra molto più
guardare la vita
con una lente di ingrandimento.
e guardarla da vicino.
sempre più vicino.
fino a quando la lente
"distorce" ogni singolo tratto.
le ipotesi dei ragazzi,
il loro eterogeneo
leggere la stessa  "verità",
prima di salire sul palco
e cominciare davvero a giocare.
è diversa, tra tutte,
l'idea che fa propria maria.
un percorso che esula
la semplice analisi
del testo...
che si spinge oltre
le parole di campanile...
che dà dignità
a personaggi di cui si dice soltanto...
che certamente immaginiamo
- né potremmo farne a meno -
ma che sicuramente non "sono".
ma sono convinto
che ogni cosa in teatro
abbia una sua dignità
solo in teatro.
ed invito maria a salire sul palcoscenico.
a dirla la sua verità.
a donarla a noi.
ed oltre, a quella platea immaginaria
che anche stasera
affolla il buio
delle officine.
il confronto si allarga anche agli altri.
maria sul palcoscenico.
ma poi come se mancasse qualcosa...
come se un cerchio restasse incompleto...
la necessità
di chiudere "scenicamente"
una verità che vive in sé
ma che non trova
uguale vita
sul palcoscenico.
ma la ciò che di più importante
è accaduto stasera
è l'aver aperto
un nuovo confronto
su un tema che ritorna
ogni sera
tra le nostre pareti...
ogni volta
il nostro gioco
è dare vita
al gioco del teatro.
ed ancora una volta
ci accorgiamo
che la verità
non è quella che "contengo"
in me,
ma quella che da me
riesce a trapelare
e ad investire,
avvolgere,
emozionare,
chi mi sta di fronte...

avremmo voluto parlare ancora,
stasera...
ma ancora il tempo
va oltre la nostra voglia di essere qui.
è come aver lanciato un altro piccolo sasso, adesso...
e l'acqua non è più immota di nuovo.
sorrido.
non lo è mai stata, immota.

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