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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 1 ottobre 2007
ho sempre creduto
che la vita non sia un semplice
fatto anagrafico;
di capelli striati di bianco;
di solchi importuni
che lentamente catturano lembi di pelle
fino a tracciare - indelebile -
il segno del "giorno";
di palpebre che un po' per volta
cominciano a cedere
al peso della luce.
ho sempre immaginato
la vita
come un percorso
senza tempo,
né spazio.
ove il tempo e lo spazio
altro non sono
che luoghi
che vivono,
e pulsano,
dentro di noi.
e non è uno scollarsi
dalla realtà.
ancor più,
è un aderire ad essa.
perché proprio vivendo dentro il tempo,
sentendolo scorrere addosso,
scivolare, fluendo intorno a noi,
riusciamo ad acquisirne
quella percezione
senza la quale mai potremmo eluderlo
fino a crearne
quel "tempo"
che intimamente
appartiene a ciascuno
e dove solo può
avere vita
ogni più piccola "verità".
analogamente
i miei "spazi",
mai relegati,
o delimitati,
da inapparenti barriere
al di qua delle quali
anche il cielo
diverrebbe
ben troppo angusto
per permettere
il privilegio di un volo.
sono stati lunghI
ed troppo brevi insieme,
i trentacinque giorni
condivisi questa estate,
in sicilia.
a pollina.
un piccolo borgo medievale
dove le pietre
narrano di una società
che ancora vive
negli sguardi curiosi
degli anziani
raccolti fin dal mattino presto
intorno ai tavolini
del bar di mauro;
nelle parole
- una sull'altra, in siciliano stretto -
e nei sorrisi aperti
di maria e degli altri,
che percorrono le notti
di afa
seduti sui bassi muretti
da cui degradano
gli scaloni
della cavea
di un teatro
dove non smettono
di correre bambini;
di camminare,
cingendosi,
coppie di innamorati;
di stendersi
discussioni
- le nostre mischiate a quelle degli altri -
consegnate all'ombra scura
delle montagne delle madonie
che interrompono
il blu cobalto
di cui si tingono
le ore tarde.
non riesce ancora
ad appartenere
al "ricordo",
pollina.
un luogo dove non vi è un tempo.
un luogo dove non vi è uno spazio.
un luogo dove ogni cosa però vive.
e questo "vuoto",
questa impossibilità
di cogliere
un tempo e uno spazio,
ha colmato
ogni nostro singolo istante.
non so
se le mie parole
sapranno mai dire
ciò che ha avuto genesi
in ognuno di noi
abbia saputo
spogliarsi
di un tempo.
o di uno spazio.
so che  questa immagine
mi accompagna adesso,
fin dentro alle officine.
adesso che una nuova stagione
si apre ai giorni a venire.
riconosco il mio "spazio",
riconosco il mio "tempo",
tra queste pareti.
e so già che il mio riconoscerli
mi condurrà
di nuovo
attraverso le stesse mulattiere
che come un rebus
attraversavano pollina...
per smarrire ogni spazio,
per smarrire ogni tempo,
per rintracciare
la "verità" di un istante...

i ragazzi mi raggiungono
dopo pochi minuti.
un abbraccio è poco "per ritrovarsi"
un abbraccio è troppo
per chi non si è mai "smarrito"...

saliamo sul palco...
ancora qualche battuta...
ancora un sorriso...
poi,
di nuovo,
iniziamo...

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