diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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venerdì, 19 ottobre 2007
è un'inquietudine,
inavvertibile il più delle volte,
pari alla impazienza,
sottile,
inavvertibile anche essa,
che si impossessa,
lievemente,
di ciascuno di noi un po',
quando smessi gli esercizi,
in quei brevi minuti di pausa
- per un caffè,
per un pezzo di pizza già fredda,
per scambiare un'impressione ancora -
si cominciano a sfilare
dalle cartelle
le pagine
del testo di pirandello.
è una sensazione che conosco bene,
che amo,
quegli istanti veloci
che precedono
il "buio"
intorno a noi.
e le parole,
di una verità
e di una favola insieme,
di nuovo riprendono
a vivere.
ed in quel buio,
poi,
sembrano sedarsi,
tacere,
mille voci
che non hanno luogo
tra queste pareti.
voci che qui,
adesso,
non hanno
alcun tempo.
e non diversamente
che in un teatro
lasciamo che il buio lentamente
invada la sala,
dilaghi
cercando il suo spazio,
fino a invadere
ogni più piccolo angolo;
filtrare
sotto le tende;
scivolare
dietro il pianoforte
scordato,
quasi addormentato
in una immobilità
priva di note;
adagiarsi
sul vetro della finestra
giù in fondo alla sala,
fino a celarsi
mischiandosi
al buio
di una notte
la cui rima
il bianco dei nostri neon
non spezza più
oltre.
ed i nostri movimenti
sembrano farsi più lenti.
senza rumore.
atoni.
quasi temendo
che qualcosa
possa improvvisamente
infrangere
questo buio
e spalancando
la finestra serrata
lasciare che la notte
violi
un "buio"
che non le appartiene.
e quell'inquietudine,
quell'impazienza,
quelle sensazioni
senza senso,
senza motivo,
che abbiamo avvertito
inaspettatamente
emergere,
adesso,
senza nulla percepire,
piano piano
scemano.
ed il loro svanire
sembra quasi segnare
il ritmo,
l'incedere,
con cui si avanza,
nel buio,
la prima verità
della favola
dei "sei personaggi..."
ed iniziano a prendere forma,
non più solo nelle parole,
ma adesso nei movimenti,
nei gesti,
le ore trascorse
intorno al proscenio,
seduti in cerchio,
ricercando
i significati
più intimi
di una scrittura
che è come una spirale
che mai smette
di rivelare
significati
inusitati
e che nei suoi infiniti giri
sembra quasi
voler strappare via
dalle nostre mani
l'impercettibile filo
attraverso il quale
si conduce
la verità
di ognuno dei personaggi.
ed il nostro
vivere il laboratorio
assume sempre più nitidi
i contorni
di una sessione di prova,
in teatro.
fissiamo un percorso,
ipotetico,
come fosse uno schizzo
di un disegno da fare.
ma nulla è casuale,
nulla pretestuoso.
ogni passo
una risposta
ai nostri perché.
ogni passo
aderente
alla verità della drammaturgia,
alla verità
racchiusa
in quei pochi fogli,
in quel
breve scambio di battute.
breve
ma già denso,
perché già latore,
in poche righe,
di quelle "verità" diverse
che ogni personaggio
reca in sé.
"verità"
che per la prima volta
entrano in rapporto tra loro
e che da subito
assumono il colore
sul quale
ognuno di noi
sfumerà poi
le tonalità
del proprio "essere"
teatro.
tramite loro,
"in" loro,
teatro.
giochiamo con i ruoli
come fossimo
su una strana
giostra,
ognuno
interpretando
la parte
un attimo prima
vissuta
da un altro di noi.
e differenti
luci ed ombre
gia si colgono.
toni eterogenei
dello stesso colore
che divengono
motivo
di un nuovo confronto,
di nuovi perché,
di altre risposte.
eppure
non abbiamo osato
"staccarci"
dal testo.
non ora.
non ancora.
viverlo.
soltanto viverlo
così come pirandello
ha voluto consegnarcelo.
eppure
avvertiamo
forte
l'incedere di un metateatro
che sembra essere specchio
dei nostri giorni.
che pare essere
riflesso
del nostro vivere
il palcoscenico.
di ansie,
paure,
preoccupazioni.
di un quotidiano
scandito
dai mille silenzi
di un "teatro"
che sta oltre
un antico portone di legno
e che pare incapace
di smettere
d'essere
il rito
di se stesso.
questo buio
che ci avvolge
adesso
non è semplicemente
"luci spente".
se chiudo gli occhi,
in ognuno dei ragazzi,
avverto l'eco
di un cuore che pulsa
non solo
per spingere
sangue
nelle arterie...
se chiudo gli occhi,
sento il loro stomaco
borbottare
di una fame
che non vorrebbe saziarsi
di pane e carne precotta...
se chiudo gli occhi,
sento il loro tacere
che è già attesa
del crepitio
di un qualsiasi muro che cede
innanzi al peso di un sogno...
se chiudo gli occhi,
forse,
in fondo a me,
mi accorgo di aver paura...
ed in questo buio
ognuna di queste cose,
adesso,
riluce...
mentre scorrono
le parole di pirandello...
mentre come in una girandola
non si riesce
a placare la voglia di provare,
di confrontarsi...
in questo buio
che ricaccia via
quell'inquietudine
che ha genesi
dalla propria incertezza,
che seda
quell'impazienza
di misurarsi con se stessi...
in questo buio
si ambisce
una certezza,
una piccola luce,
che vive
della verità,
nella verità,
di una favola...
in questo buio...
prima
che di nuovo
sia luce.
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