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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 5 novembre 2007
arraffare
istanti sbiaditi
dall'usura
di un tempo,
di una distanza,
che più di ogni cosa
è soltanto
silenzio.
arraffarli.
- ratta mano
  insolente -
ma non per prenderli,
quegli istanti.
di più.
per averli.
possederli.
tenerli,
stretti,
tra le mani.
arraffarli.
come bambini,
repentinamente,
innocentemente,
innanzi
a ninnoli
sonanti
luci mai viste,
sfusi tra le bancarelle
ed il chiassoso vocio
dei giorni di festa,
che carpendoli
saziano
l'inconsapevole
avidità
di un nuovo
scoprire.
infinite volte
quegli stessi bambini,
- e tra loro me stesso;
  io bambino...  -
li ho
inseguiti
lungo immaginari
mercati
della domenica
dei rioni.
curiosamente
scrutando,
toccando,
chiedendo...
li ho visti.
ed ho desiderato
quella loro stessa
curiosità,
quel loro stesso
guardarsi
intorno
come se ogni cosa
adesso
- mai prima una volta -
si rivelasse.
ed ho lasciato
che mi contagiasse
- lentamente -
quel loro modo
di soffermare lo sguardo.
o sfuggirlo.
ed ho voluto,
più di ogni cosa ho voluto,
che tutto ciò
invadendomi,
infine
mi pregnasse di sé.
mercato vuoto,
spento,
silente,
così adesso
appare il palcoscenico.
ai miei occhi
soltanto.
né rompe
il nostro parlare,
immagine
flebile
che affiora
parola dopo parola.
nessuna casuale.
parole
come passi
che cercano
terra
ove poggiarsi,
e tracciare
di nuovo,
instancabilmente,
sentieri
non ancora percorsi.
ascolto.
e vorrei distendere
le mani
verso
quel nudo vuoto
che amo.
e vorrei che dalle stesse mie mani
le parole
scivolassero via
e prendessero
a muoversi,
sul palco,
come svicolando
tra i banchi
di immobile fiera...
svicolando
come
bambini.
guizzando
inafferrabili
tra la flemma
che conduce
lo sciabordio
della gente.
distratta.
indifferente
al selciato di pietra.
al ricorrente
"bannìo"
di venditori
senza bottega.
al ritaglio di nuvola
che si insinua
tra tendoni
che fanno tetto
all'aduso rituale
di un qualunque
giorno di festa.
ma a nulla,
adesso,
le mie mani...
sul palcoscenico
solo una sedia.
in fondo ai miei occhi,
inanimato,
un mercato...
i ragazzi,
uno per volta,
prendono il loro gioco.
improvvisando.
li osservo,
sul palco,
contendere
l' "assenza"
a un'idea.
e vorrei
portarli via.
trasportarli
ove io sono.
e vederli
aggirarsi
tra le mie bancarelle...
ma mi accorgo
che esse sono invisibili.
ancora.
o sono forse io,
incapace adesso,
di mostrarle loro.
li avverto,
i ragazzi,
cercare.
inconsapevolmente, sì.
forse lo stesso
mio luogo.
giocando
con una sedia
che ora diviene
incipit
di più di una favola.
o che rimane
semplicemente "la sedia".
ma ancora,
di quella,
io continuo
a distinguere
il legno.
le sue venature.
i radi nodi.
la paglia
ingiallita,
intrecciata
sulla seduta.
ed il palcoscenico vuoto,
ad avvolgerla,
intorno.
ed il mercato
è una contrada
deserta
che ora
vive
solo dentro di me.
e dimentico,
adesso,
che il teatro
è un luogo
ove ogni alito
può divenire
respiro;
ogni battito,
pulsare;
ogni parola,
poesia.
senza preavviso.
senza spiegare.
senza nulla
pretendere.
ed il mio mercato
improvvisamente,
per pochi istanti,
si anima.
in quegli istanti
in cui vive
il gioco all'improvviso
di gaspare.
e riconosco
nella sua favola
lo scantonare
di ciascuno
di quei bambini
che fluttuano
tra il banco dei giocattoli
e quello dei dolciumi,
e che silenziosamente
ha accompagnato,
senza lasciarmi,
l'attraversare
questo nostro tempo,
questa sera,
queste ore
raschiate via
al quotidiano.
e con la stessa
rapidità
di un bimbo,
la stessa
naturale
innocente
destrezza,
la stessa golosità,
che non ancora
conosce pudore,
di sapere...
di avere...
con la verità
di cui solo
un bambino...
così
è il carpire
di gaspare
tra i banchi
di quel mercato
ove semplicemente
"istanti"
sono esposti.
istanti
che non si vendono.
istanti
che non si comprano.
istanti
che solo
si rubano.
istanti
che sono
dentro di noi,
e che rimangono
immobili.
invisibili.
celati
allo sguardo
dal telo
del timore
o del pudore di "essere".
celati
dalla necessità
di un apparire
che non è mai
un abito sdrucito
che si abbandona
al di qua
del vuoto e del nudo
che, unico,
esige
il teatro.
"istanti"
rubati a noi stessi,
rubati all'opaco
di ogni memoria
fragile.
rubati
alle parole
quand'esse
divengono tana.
istanti
rubati al silenzio.
ad ogni silenzio.
quando è il silenzio
distanza incolmabile.
da noi stessi.
lontano.


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