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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 19 novembre 2007
cubo imperfetto,
basso,
nero
di legno.
al centro del palcoscenico.
uno spigolo
guarda la parete di fondo
e sembra protendersi
fino a fendere
la sala
buia
dove già in silenzio
attende
immaginario
pubblico...
anonima
luce di neon
mutamente
ancora
si poggia
sul tappeto grigio
del palco,
ove ora,
in cerchio,
tutti noi
già
sediamo.
cerchio chiuso.
non da mani
l'un l'altra stretta;
non da corde
facili
a recidere;
non da vincoli
labili
come giuramenti.
cerchio chiuso
dalla libertà
di scegliere
d'essere
lì,
adesso,
intorno
ad una piccola
pedana di legno.
attendendo.

cosa?

me lo chiedo
guardando i ragazzi
stretti in se stessi.
senza parlare.
timorosi quasi
che lo sguardo,
raggirandoli,
possa vendere
al "nulla",
"nulla" barattando,
emozione
che si bracca
- sfuggente -
tra frammenti
di pensiero
che non riescono
ancora
a divenire
"istante"
da porre
all'incanto.
su una pedana.
nera di legno.

silenzio che pulsa.
adesso.
tempo sospeso.
adesso.
distanza e vuoto.
adesso.
ogni cosa condividendo
senza altro dire.
adesso.

taccio.
come loro,
io.

timore di spezzare
disarmonie
che incessantemente
evolvono
prevaricando,
alle prime,
l'ultima...
"incompiuto"
che si avverte
costantemente,
lentamente,
tendere
verso mani
che plasmino
tramutando
repentini spasimi
che sanno
di terra
e acqua
impastate,
in levigata
amalgama.
e in quelle mani,
poi creta,
che da se stessa,
crescendo ancora,
muta.
ed è sottilissimo
il brusio
che prende
corpo
intorno
a me.
lo avverto nell'aria
che respiro...
sulla mia pelle,
sfiorandola.
nel mio sguardo
che ha smesso
di cercare
gli occhi degli altri
e si posa
adesso
su un cubo
nero di legno...
e diviene
palcoscenico
quel piccolo
quadrato.
terra
alta
due metri
da terra.
isola...
rupe...
vetta...
e i miei occhi...
e quelli degli altri...
inconsapevolmente
su quel luogo
ameno
ora si incrociano.
e più forte
la voglia
di "profanare".
violare
quel dado nero
e ancora
ogni realtà.
ed è solo un passo.
solo un piccolo
passo.
da un tappeto grigio
ad cubo di legno.
un piccolo passo.
ma in quel
passo
lentamente
cedono
lembi
che avvolgono
come seconda pelle.
cedono
in un leggero
brusio
che cresce,
piano cresce,
fino a divenire
verità.
di una favola.
di una favola ancora.
ancora stasera.
e più stretto
si serra
il nostro cerchio
intorno
a chi
- le mani
  di creta
  ancora lorde -
si alza
portandosi
piano
verso il nero del cubo.
e lentamente
lo "viola"
con un semplice
piccolo passo.
ed è come mostrasse
le mani.
delle mani,
il palmo.
adesso.
e nessuna creta
è più...
né fango...
e quelle mani
cominciano
a muoversi,
tracciando
nell'aria
parole
mai uguali
a quelle
che affiorano
sulle labbra
e che trascinano
nell'immaginario
ove ogni favola "è".
ed il gioco
cede
al gioco.
i volti
diventano maschere
che scivolano
lungo
il corpo
fino
a vestirlo
di una gestualità
che rivela
vulcani addormentati
che improvvisamente
si destano;
spiagge bianche
ove bambini
giocano
con le balene;
animali
che sfuggono
fiamme
e pioggia
che quelle
fiamme
doma.
e non è più
alcun
cubo nero di legno.
è un cerchio
serrato
intorno
ad una favola
mai scritta
e forse
già morta
ad ogni parola.
ma viva
in ogni parola.
per l'istante
di una sola parola,
in quella sola parola,
viva.
ho ascoltato.
sorriso.
vissuto.
una sola
lunga favola
passata
di mano in mano
come il testimone
di una corsa
che non può essere
disputata
gareggiando
da soli.
non è altro che legno
dipinto di nero
quel cubo
che ancora
rimane
al centro
del palcoscenico
mentre
in cerchio
riprendiamo a parlare
tra noi.
di noi.
lo guardo.
adesso
è solo legno.
vernice nera
crostata.
una doga
spezzata,
da una parte.
un chiodo
arrugginito
piegato su se stesso
dai colpi
di un frettoloso
martello
fino a conficcarne
la testa
nel legno.
legno.
semplicemente legno.
adesso,
legno.
eppure isola...
e rupe...
e vetta...
o qualsiasi
altro luogo
io abbia immaginato
esso fosse...
e fino
laggiù
ho voluto
lasciarmi condurre...
finché verità
hanno avuto
le esilissime
ali
che regalano
il volo
ad ogni
immaginario...

è già tardi.
i ragazzi
si preparano.
io con loro.
quel dado
di legno
rimane ancora
sul palco.
lo ripongo da una parte
quel cubo nero
di legno.
ne ho cura.
semplice cura.
e mentre parole
e sorrisi
corrono ancora,
io
poggio le mani
su quella
pedana di legno
e di nuovo,
stasera,
mi accorgo
di essere ancora
un uomo libero.


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