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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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venerdì, 16 novembre 2007
ho inseguito
odori
come tracce
che in mille volute
riportavano alla memoria
immagini di attimi
vissuti
al tepore
della coltre
di un'emozione.
reco in me,
indelebili,
sguardi
donati
fugacemente,
non distrattamente,
e smarriti,
poi subito,
lungo le vie
di ciascuno.
vie
che per un solo istante
si erano annodate
tra loro...
casualmente...
accecando
ogni realtà
e conducendo
in un immaginario
che le parole,
i gesti,
gli stessi occhi,
non hanno
avuto il coraggio
di slacciare via
dall'improvviso
turbinio
cui solo
il sogno
induce.
sogno mai vissuto,
infine,
ma ricorrente
mille volte.
e mille volte
a venire,
ancora.
se dovessi
raccontare
il mio tempo
- amore,
  dolore,
  gioia,
  morte,
  polvere -
ogni cosa
vivrebbe
della stessa essenza
di cui sono fatti i sogni.
di un "non vissuto"
che non mai
è divenuto rimpianto
o rimorso,
ma che rimane
in me
a segnare
i giorni
di pietre rare,
preziose,
che non potevo
avere...
non in quel tempo...
non in quel luogo...
ma che restano
vive
in una memoria
che non vuole
lacerarle.
che di esse
necessita.
in qualche modo,
ancora.
domani,
in qualche modo ancora.
sensi,
vista udito olfatto gusto tatto,
che esplorano...
che scrutano...
che catturano...
che emozionano...
e tramite essi
la "vita"
penetra
in noi...
e dilaga.
e muove
i fili abituali
che sostengono
ogni nostro agire.
ed altri,
che immobili
più spesso
rimangono...
quando è improvvisa
consapevolezza
d'essere
tutt'uno,
nelle nostre mani,
burattinaio e burattino...
ora è come fermarsi.
e di quei "sensi"
adesso
farne
il perno
attorno a cui
prende a muoversi
il nostro gioco
sul palcoscenico.
come se tutta
quella vita
che "sensorialmente"
assorbiamo
istante dopo istante
adesso
dovessimo
riversarla
nell'emozione
che nasce,
o che ritorna,
o che si perpetua ancora,
lungo la scia
di uno sguardo,
di un profumo,
di un sapore,
di una musica,
di uno sfiorarsi...
sensazioni
senza peso,
come ciò che evocano...
o come ciò
da cui sono evocate.
etereo gioco
intorno
all'inconsistente
che determina
condiziona
libera
le emozioni
dell'istante,
o della vita,
che "sarà"
già da un istante dopo,
in un divenire
che è già "essere".
così
è il rintracciare
profumo di donna,
di un'altra donna,
nel letto
che si condivide
con il proprio
uomo.
e tutto il corpo
sembra teso
a percepire
odori
contendendoli
al tempo
prima
ch'essi svaniscano...
e a se stessi,
contendendoli,
prima che i nostri sensi
ci ingannino;
senza volere
avvezzi
ad un odore
che si vuole
continuare
a ghermire
pur desiderando
non averlo
mai intuito.
ed insieme
alla percezione
di un odore,
altri sensi
ancora
si liberano...
la necessità di toccare
un letto
che adesso
diviene
il luogo
di una intimità
violata;
e gli occhi
che guardano
intorno
e non più
riconoscono
il tepore
di una luce
spartita
come il pane
sulla tavola;
il tepore
di un'ombra
cui ci si è
reciprocamente
affidati...
donati.
e gli stessi passi,
sfuggendo
quel luogo,
sembrano
non più voler toccare
una terra
che non si riconosce.
e allontanarsi
è divellere
un pezzo di vita.
e con essa
parte di sé.
mi siede accanto,
chiara,
poi,
alla fine
del suo gioco.
ed un gesto,
uno sguardo
- sensi -
dicono ciò
che parole
non varrebbero
a dire.
ancora gli altri,
dopo.
ognuno una storia,
la sua storia,
raccontata
senza parlare...
raccontata
in semplici
cenni.
grottescamente...
drammaticamente...
solo uno sguardo,
solo un odore...
solo un toccare...
e si intuiscono
sentieri
che si snodano
inconsapevolmente
dentro noi stessi...
quei sentieri
messi a tacere
dalle mie "voci"
del quotidiano...
una notte,
immersi nella quiete di un lago,
chiesi a un maestro
se riusciva a sentirlo,
lì,
in quel momento,
il silenzio...
che era,
silenzio.
- "non è più silenzio..."
mi rispose così.
non capii...
non spiegò...
ho attraversato
il teatro
per comprenderle
quelle parole...
e per comprenderle
ho imparato
a provare
a renderli
più sottili
i miei sensi.
ho imparato
a provare
a "sentire".
e sentendo,
penetrare...
ed ora
cerco di distinguerli
i mille schiamazzi
senza rumore
che hanno cancellato
ogni silenzio...
le mille immagini
che sovrastano lo sguardo
e che precludono
agli occhi
di spaziare
oltre "apparente" confine...
ed ancora
condurre
la mano
sfiorando velluto
e distinguerlo
da tela grezza...
ho imparato
a provare
a conoscere
i miei sensi
per andare oltre
essi stessi...
in quello sguardo
fugace
rimasto dentro di me,
non sono
solo occhi
che si sono incontrati...
sono anime
che per qualche istante
hanno dialogato tra loro...
poi strappate
una all'altra...
l'eco di quelle
parole d'anima
vive ancora...
al di là
di una realtà troppo veloce...
al di là
di uno sguardo...
al di là
di ingannevoli sensi...
vive
in tutto ciò
che sfugge
semplice esteriorità
e denuda
inusitati "sensi"
ove forse è custodita
- invisibile -
la verità d'ognuno.




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