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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 3 dicembre  2007
semplici aste.
gialle.
di plastica.
incapaci di nuocere.
rimangono
in un angolo
del palcoscenico
strette
da nastro
di carta.
a guardarle
sembrano
un fascio
di gambi
di fiori
nati sbagliati
o avanzi
dei pezzi
da comporre
di un gioco
già finito.
o al contrario.
tessere
di un gioco
da cominciare
ancora.
è solo
un piccolo strappo
il togliere via
quel nastro che serra
e con esso
far svanire
giochi
che sono soltanto
in uno sguardo
fugacemente
posato
o in un pensiero
che scivola via
come goccia d'olio
sul vetro.
lasciarli svanire
quei giochi.
abbandonarli.
e subito
reinventare
il nostro,
di gioco.
e strette nelle mani,
poi,
in un attimo
- non più fiori, né avanzi -
quelle aste
divengono
sibilante
pesante
spada
che antico guerriero
ruota 
sopra la testa
disegnando
nel nulla
immaginari
nemici
che crollano
sotto implacabili
innocui
fendenti.
nel nulla.
ed immaginari
duelli,
l'uno contro l'altro,
senza mai
scostare
gli occhi dagli occhi,
percorrono
il palcoscenico
che pare
ondeggiare
come sospeso
su un perno;
ogni volta cedendo
ai colpi
vibrati.
ogni volta sostenendo
una nuova
stoccata.
inusitata danza
soltanto
ritmata
dal battere di
forze diverse
che si misurano,
si contrappongono,
si confrontano...
cercando
unico
simbiotico equilibrio
muovendosi
su uno
spazio
adesso
sospeso
su sottilissimo
ago.

solo un gioco.

i corpi si muovono
lentamente...
poi repentini...
poi è di nuovo
la lentezza.
per colpire.
o parare.
la lentezza,
prima...
ed inconsapevolmente
prende
- sinuoso -
a plasmarsi
un linguaggio
gestuale
che si rivela
movimento
dopo movimento.

senza fretta.
insieme.
gli occhi negli occhi.

attimi
di sospensione.
silenzio.
cercando
nell'altro
l'intesa
da cui
scaturisca
la verità
di un movimento
- mai semplice dinamica -
che è
un divenire.
reciprocamente.
ed anche l'immobilità
diventa gesto.
il respiro.
il sentire
l'aria
ferma
aderire
per un istante
al corpo...
prima che rapidissimo
l'uno
s'avanzi
di "spada"
contro l'altro.
e poi ancora,
di  nuovo...
silenziosamente...

fluttua adagio
- sospeso -
nel nostro equilibrio
il palcoscenico
adesso.

un coro
fatto di parole
slegate
lanciate
rincorse
catturate
dilatate
cantate...
e di silenzio.
e senza
apparente
logica,
nitido
si snoda
l'intreccio
di una storia
che avvolge
con fili
- fittissimi esili fili -
che s'immaginano
aggrappati
al cielo,
lì dove l'azzurro
non è più
visibile
agli occhi.
così i movimenti
sul palco,
stasera.
e la leggerezza,
come una carezza
di nuovo,
impregna di sé
anche
l'incanto cruento
di illusorio
conflitto
di mai possibili
spade.
ed in quella lotta
ora,
sembrano
non solo
riversarsi
l'eterogeneo
significato,
e significare,
di lunghe sere
vissute
nelle officine...
provandola
ancora
una battuta...
scontrandosi
ancora
con un'improvvisazione...
iniziano
a prendere corpo,
ora,
anche
quei brevi cenni
che avevano
il gusto
di una promessa
a se stessi,
in un tempo
allora
ancora
a venire.
e quel tempo,
senza fragore,
adesso
lo si riesce
a distinguere
sulla soglia
di un proscenio...
il tempo
di cose
diverse
da "essere"...
il tempo
di nuovi
errori...
il tempo
di altre
cecità...
e la nostra voglia
di continuare
a cercare
un teatro da "essere"
- voglia senza tempo -
è l'unico panno
atto
ad assorbire
gocce
di sudore
che non sorgono
dal roteare
in questo nostro
minimo
cielo
un'asta
di plastica gialla.
gocce
che nascono dentro.
dentro
in fondo.
gocce
che sanno
di lacrime.
di sorrisi.
di sonno
e di ansia.
di parole
scambiate
come fossero
funi
lanciate
l'un l'altro.
per sostenersi,
lanciate.
gocce
che scivolano
giù dalla fronte
precipitando
su piccoli
granelli.
granelli sparsi.
rari.
isolati.
e cadendo
quella goccia
li fa propri.
inglobandoli.
tenendoli.
senza mai più lasciarli...
suoi.
granelli
di verità...

ed è un altro sentiero
che improvviso
si apre al cammino.
ed è identica
in ciascuno
la voglia di esplorare.
senza fretta.
insieme.
gli occhi negli occhi.

raccogliamo la roba.
anche stasera
un sorriso
ricaccia
dentro la stanchezza.
le aste gialle
di nuovo raccolte
in un fascio
stretto
da un nastro di carta.
è solo
un piccolo gradino
venire giù
dal nostro palcoscenico.
mi fermo.
mi giro
di nuovo allungando
il piede
sul palco.
provo
a fare pressione.
no.
adesso
non si muove più.
non fluttua.
non ve ne è motivo.
fino alla prossima
sera...



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