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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



index

 



venerdì, 7 dicembre  2007
è già notte da un po',
questa notte,
quando
inaspettatamente
gaspare
ci raggiunge.
sulla sua
giacca
scia di pioggia
muore
in un ovale
imperfetto
disegnato
da gocce
che hanno spento
la loro corsa
su frettolosi passi.
attraverso
il buio
frammentato
dalle luci
di quarzo
dei vicoli
di trastevere.
attraverso
cielo
di notte
madida.
disordinatamente
seduti
sul proscenio,
siamo rimasti in pochi
intorno
al "falò"
dove ancora
gettiamo
le nostre idee,
i nostri pensieri,
non temendo
che la fiamma
si affievolisca,
ma ancora
rapiti
da quel "tepore"
che non vogliamo
ceda
all'umido
che pervade
questa vecchia stalla
quando
- ultima -
si spegne l'eco
delle nostre parole.

ci si fa accanto,
gaspare.
catena
senza maglie,
il nostro cerchio
si apre
ad accoglierlo.

e come spirale
intorno a noi
le parole continuano
a muoversi.
ora avvolgendoci,
ora stendendosi
verso l'altro.
intrise
ancora
dell'odore
forte acuto pungente
del gioco
appena concluso.
gioco all'improvviso.
stasera ancora.
tessendo
intorno
ad una parola
il mosaico
sul quale
si rivelano,
di ombre e di luci,
le  mille sfumature
che essa
reca insite
in sé.
e tra le ombre
e le luci,
come una zona franca
indistinta
sfocata,
lì,
il nostro gioco.

né luce,
né ombra.
oltre la luce.
prima che sia ombra.

contrasti.

nessun assunto.
nessun assioma.
un confronto serrato,
sul palcoscenico,
giocando.
lentamente
sorgendo
in ciascuno
il sole o la luna.
i propri.
riverberi
- fiochi o intensi -
che ci appartengono
- intimamente nostri -
e che
emanano
riflessi di noi
attraverso i quali
- riconoscibilissimi -
ci mostriamo
alla vita.
ed in essi
la vita
distingue,
individua,
tra infiniti,
ognuno.
e quella stessa
"luce",
celata più o meno,
o volutamente
più o meno svelata,
diviene
- facile -
primo
rischiarare
la scena.

ripercorro
il nostro giocare,
stasera,
e senza fatica
tornano alla mente
"ore"
di indefinibile
luce.
prima che sia giorno.
prima che sia notte.
ed un pomeriggio
per le strade
di ortigia,
a siracusa.
il cielo fermo.
impregnato
di sabbia
d'africa.
ed il sole
pareva
filtrare
a fatica
disputando
alle nuvole
indicibile,
irreale alone
d'ombra
che pure era
la luce.
ed intorno
tutto
sembrava
essersi
assuefatto
a quella inusitata
rarefazione
che quelle
ore
spargevano
fino
a lambire
il mare.
e sparire, poi.
e la vita
assume
i contorni
di una metafora
quando di nuovo
improvvisiamo
sul palco.
e cerchiamo
una "luce"
- né sole né luna -
per dirla,
per raccontarla,
la "vanità".
così come vogliamo
che la vanità
"sia"
nel nostro gioco.
ed ancora
una volta,
inconsapevolmente,
il nostro
giocare
diviene occasione
di un nuovo cercare.
di uno spingersi
oltre
linguaggi
che sappiamo,
che ci appartengono,
che già
abitualmente
usiamo.

ci sono "parole"
di cui conosciamo
ogni singola lettera,
ogni consonante,
ogni vocale;
che sappiamo
comporre
tra la lingua e le labbra.
che sappiamo
dire.
ma che temiamo
di pronunciare.
o che sussurriamo appena.
o che urliamo.
smarrendo di esse
non solo
la "musicalità"
ma anche
il loro "vero" significato.
e smarrendolo
le "parole"
ci restano addosso...
o le disperde,
portandole via,
la più flebile
folata di vento...
ed in quelle "parole",
che sono suono,
movimento,
gesto;
è lì una luce
sconosciuta
ancora
dentro
la quale
cominciare
a muoversi,
a toccarsi,
a toccare,
a condurre
i propri passi
oltre una pozza
d'acqua
che improvvisamente
sbarra il cammino,
con la voglia
di toglierle le scarpe,
bagnarli i piedi,
sporcarli
gli ultimi lembi
di un pantalone,
"smuovere"
quell'acqua
mista a terra
che mollemente
si apre
al nostro
incedere.
ed oltre
la pozza
tornare ad indossarle,
le scarpe,
e la terra
sotto i piedi,
forse una volta,
una prima volta,
sembrerà
essere diversa
pur non essendo mai mutata.
siamo avvezzi
alla luce.
come alla terra.
ed allora
reinventare
terra e luce e aria
e quant'altro
io sia capace
di reinventare,
per rintracciarla
la "verità"
di una luce...
la "verità"
della terra...
per rintracciare
l'essenza
di una "verità".

ed è un lento
muoversi
lungo
"una linea d'ombra"
forse
non molto
dissimile
da quella
narrata
da conrad.
non per inseguire
una luce.
semplicemente
per saperla,
una luce.
la propria.

ha smesso
di piovere.
non è fredda
la notte.
ci avviamo
lungo il vicolo
tra piccole
pozze d'acqua
e luci
riflesse,
indistinte,
di pietra...
di pioggia...
di notte
frammentata
dall'arancio
dei quarzi...


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