diario
d'officina
diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono
passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
.
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.
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lunedì, 21 gennaio 2008
rapidi passaggi
tra il buio e la luce.
bagliori che penetrano
palpebre socchiuse.
e svaniscono, poi.
e tornano, poi.
aritmico movimento
di ciglia.
fastidio.
breve.
e rollio senza fine.
rumore incessante.
stridore
che diviene presto
inascoltato
sottofondo
di un altro viaggio.
ed improvvisa
appare
una meta.
e si vorrebbe quiete.
troppo fugace.
un altro treno
sul binario
di fronte
già inizia a muoversi.
piano.
quasi attendesse
ancora
l'ultimo passeggero
lesto
a saltare
sul predellino
prima che le porte
si chiudano
e si aprano
altri
varchi.
tra gli occhi
chiusi,
varchi
di buio
e di luce.
solo il rollio;
immutato.
continuo.
incessante.
- la prossima tappa? -
chiosa
in un gesto distratto
il sorriso
di un altro viaggiatore,
prima che anche i suoi occhi
cedano
al ritornello
di mai identica luce,
di mai identico buio.
di soste
non diverse
da un semplice istante.
fuggito già.
smarrito.
già.
ricorrente immagine
nella mia mente.
immagine
che adesso
ritorna
innanzi
a questa pagina.
prepotentemente ritorna,
rammentando,
seduti uno di fronte all'altra,
sul proscenio,
nelle officine,
l'ultima scrittura di lucia...
un treno.
un viaggio.
voci.
un tempo.
forse nessuna meta.
forse ogni luogo,
ormai una meta.
metafora semplice.
adusa
al nostro linguaggio.
già a queste pagine.
più di una volta.
fogli di un diario
non diverso
da un giornale di bordo.
scritto
attraversando mari
che mai nello stesso luogo
accolgono il sole che tramonta
né nello stesso luogo
annunciano
l'aurora imminente.
né mai diverso
è il sapore del sale
che si adagia sulle parole.
parole ferme,
adesso.
qui.
incise.
come avessero
raggiunto
per qualche tempo
una rada.
ma non si adagia
l'onda
dalla cui risacca
io attingo.
onda su cui si riflettono
le sagome bianche
delle nostre maschere.
contorni ancora confusi,
incerti,
resi deformi
dall'incessante
muoversi
di quello stesso mare
in cui cerchiamo
- speculare -
la nostra immagine.
ed a volte
si avrebbe voglia
di poggiare
le mani
su quella sottile
trasparente
patina
d'acqua
che si burla
catturando il nostro volto
oltre una maschera.
poggiare le mani
per fermarlo quel moto.
per "fissare"
solo un istante;
e rubarla
quell'immagine...
trattenerla...
averne certezza...
seppur labilissima;
per un istante,
certezza...
per uno solo.
ed urlarlo,
al mare,
di arrestarsi...
stringendo
i pugni,
urlarlo.
fin dentro l'acqua,
stringendoli.
ma è sordo il mare.
e le dita
più facilmente
rompono l'onda
lasciando
che frammenti d'acqua
scivolino via
strappando
a mani che rimangono vuote
tessere d'acqua...
di specchio...
di maschera...
si avrebbe voglia,
necessità,
di sedersi
su uno scoglio
e restare
a guardarlo,
il mare,
in attesa
che un giorno
rallenti
quel suo infinito
stendersi
e ritrarsi...
tanto
da poterlo
contenere.
immobile.
negli occhi.
così,
a volte,
da bambino.
così,
a volte,
ancora adesso.
così ogni volta
che temo di avere il coraggio
di ricordare
che per guardarlo
il mare
devo imparare
ad essere mare
io stesso...
a muovermi
con il suo tempo...
con il suo ritmo...
abbandonarmi
alla danza
che esso
stesso,
senza chiedere altro
che ascoltarlo,
lentamente
comincia a provocare
in me.
ed è nel suo ritmo
che piano piano
smetto
di vedere
solo acqua...
che piano piano
prendo a distinguere
le onde...
una per una...
ed in esse,
con esse,
muovermi...
- non più
staticamente confondersi...
offuscarsi... dileguarsi... -
io stesso,
muovermi.
e lentamente
si prende ad impararlo,
il mare
- lasciando che l'acqua
bagni le scarpe
o schizzi
abiti lindi -
ed imparandolo
si comincia a parlare
col mare.
che non è mai uno,
il mare...
per ognuno diverso...
per ognuno il proprio...
ognuno, per sé, mare...
riconoscendolo,
infine.
passo dopo passo
affrontiamo
onde
che non credevamo
il nostro mare
fosse capace...
e cercare riparo dai marosi
è naturale...
proteggersi,
è naturale...
quando non si sa ancora
dove si romperanno
le prossime onde.
siamo fragili...
ognuno di noi
è piccolissimo
innanzi al mare...
piccolissimo
innanzi a se stesso...
siedo sul vagone
di coda...
anche stasera,
come le altre sere,
il mio posto è in fondo.
lì dove sono
sedili sdruciti...
lì preferisco sedere...
anche stavolta
ho corso
per prenderlo,
il treno.
anche stasera,
come le altre sere.
cigolio
accompagna
il primo muoversi
della macchina.
cigolio
che lentamente
cresce.
che lentamente
diviene
rollio.
continuo.
insistente.
uguale.
anche stasera,
come le altre sere.
e lentamente
chiudo gli occhi
mentre già
mi vengono incontro
i primi varchi
di buio.
un leggero
fastidio
muove appena
le mie ciglia.
non so
quanto lungo sarà,
adesso,
il buio...
so che oltre,
dopo,
sarà di nuovo la luce
a filtrare
tra le mie palpebre chiuse...
e nel silenzio
di un nuovo viaggio
mi accompagna
soltanto
il rumore
di onde
che ancora
hanno forza
di infrangersi...
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