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diario d'officina

si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via -  senza fretta - indumenti che calzo sui miei pensieri
che striano di  ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...

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venerdì, 07 gennaio
nessuno ha toccato la liquirizia.
è ancora lì, sul pianoforte.
puntualmente ci si ritrova.
abbracciarsi è spontaneo...
"felice anno nuovo..."
stasera enrico è per la prima volta con noi.
è un felice ritorno dopo una lunga tournee.
riprendiamo il nostro lavoro da dove lo abbiamo interrotto.
di nuovo diaframma.
da non stancarsi mai, il diaframma.
come un ballerino, ogni giorno, la sua lezione,
o un musicista, ogni giorno, il suo strumento,
non diversamente noi.
ogni lezione.
ed ogni lezione un piccolo passo in  avanti.
e come avesse sedimentato dentro ognuno di loro,
colgo già stasera piccole differenze.
la voce di valentina...
il controllo di maria sul movimento riflesso delle spalle...
alessandro è un po' più rilasciato, meno rigidità...
quella che non è mutata è la curiosità di ognuno.
enrico si integra subito.

torniamo a lavorare sulla camminata.
ognuno la propria.
i movimenti si spezzano. si dissociano.
come davanti ad uno specchio ciascuno comincia a osservarsi.
si acquisiscono nuovi propri "limiti". coscientemente.
-"...non mi ero accorto del movimento del braccio..."
-"riprova, come se recassi in una mano un vassoio."
ed aumenta, inconsapevolmente, il controllo di ogni gesto.

non avevamo ancora mai preso un testo in mano.
ha forse il gusto di una sorpresa il distribuire
i versi di marquez.
analiticamente, leggiamo.
solo tre righe.
-"non interpretare. dai senso ad ogni parola. ad ogni frase.
  pensiero..."
-"è più difficile così."
-"no. è più facile non così."
e si parla di tre versi.
si scava tra le parole cercandone ogni perché.
ed il confronto si allarga.
taccio. li ascolto dialogare tra loro.
confrontarsi.
e già questo è teatro.

ognuno sul palco, poi.
per tre versi. sul palco.
ed in quelle tre versi viene fuori la personalità di ognuno.
naturalmente.
senza volere.
nessun giudizio. nessuna correzione interpretativa.
solo abbandonarsi a tre versi.
e stranamente, in tre versi,
il lavoro di mesi comincia prendere
- indefinibile -
una sua prima forma.

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