diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
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.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 28 febbraio
da circa due lezioni avevamo lasciato gli esercizi.
non casualmente.
il lavoro sul testo coinvolge...
cattura...
stimola...
sia chi è sul palco... sia chi siede giù, con me.
ricominciamo il nostro lavoro sulla respirazione.
ognuno riprende il suo posto.
inspirazione... apnea... espirazione...
sempre più lentamente.
in modo più particolareggiato.
come se l'aria entrasse in me
attraversando la mia colonna vertebrale
e da quella stessa la rilasciassi
come fosse una lama.
le spalle distese contro il muro.
le gambe in tensione.
avvertire così il movimento ritmico del mio respiro.
e pian piano condurre la respirazione
verso quell'automatismo
della "respirazione naturale".
ancora domande...
ancora per sapere...
ancora per approfondire...
maria è la più "giovane" tra gli allievi...
fa a pugni con vizi acquisiti e mai corretti.
ma la sua voce è gia diversa.
ed il suo diaframma già "sostiene" l'emissione.
gli altri esercizi seguono velocemente
ma non superficialmente.
dagli esercizi respiratori
passiamo agli esercizi d'articolazione.
i volti si tendono in smorfie...
a volte dolorose...
a volte inclini al sorriso...
una brevissima pausa.
la respinge in un angolo
la voglia di tornare sui versi di pasolini.
i primi.
...oggettivi.
acritici...
parole, le mie,
pronunciate per la prima volta dentro le officine.
staccarsi dal testo.
non giudicare.
o meglio... non emettere alcun giudizio...
come ogni parola fosse una pietra...
ma con la levità di un'ala.
senza volere,
le parole a volte si vestono di retorica...
cominciamo ad analizzare "tecnicamente"...
decifrare il linguaggio
che è veicolo del mio pensiero.
una sospensione...
una pausa...
un cambio ritmo... tono...
ma la con la consapevolezza
che quelli che sto usando sono solo i colori
stesi sulla mia tavolozza...
e la mia tavolozza
non è in altro luogo
se non in me...
mi accorgo come a volte
il nostro lavoro
proceda per "contraddizioni"
ma come riuscire ad avere nozione della fame
se non si è patito il digiuno?
ed il teatro non è mai sazio.
per poter poi sfamare,
non è mai sazio...
ed è in ognuno di noi
la voglia, la determinazione,
la tenacia leggera
che non lascia mai accontentarsi...
che non mi hai mai condotto
a dettare un "modo"
di fare o di essere...
o semplicemente di dire...
stasera finiamo un po' prima...
domani le officineteatrali tornano
a trasferirsi ancora in germania.
stasera non raccattiamo carte.
riavvolgiamo la cioccolata.
non è quella ciò che sazia, stasera
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