diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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un viaggio non previsto, improvviso,
ha lasciato vuote queste pagine
per qualche giorno...
adesso sono di nuovo qui.
venerdì, 11 marzo
insolitamente stasera
le officine hanno una luce diversa.
quella che illumina gli occhi di alessandro
dando notizia
della nascita di oliviero...
il nostro sorriso, immediato,
è forse il modo più bello,
più vero,
per dire "benvenuto, oliviero"...
lunedì enrico avrà il suo provino a milano.
anche stasera siamo intorno a lui.
lavoriamo con lui.
lavoriamo per lui.
rileggiamo le scene provate la volta scorsa.
senza copione.
ancora lo stesso uomo.
ancora la stessa donna.
continuiamo ad analizzare il testo.
un amore semplice
- come un porto -
la prima scena;
la delusione - amara -
a impregnare le parole dell'altra scena.
di nuovo si torna a parlare
di rapporti tra personaggi.
di pensiero.
intenzioni appena celate... o svelate...
di rigore e pulizia nel gesto.
ciottoli di un sentiero verso
una verità.
ci si alterna in scena
accanto ad enrico.
ognuno la stessa parte.
tutti diversamente...
sfumature che si colgono
semplicemente "ascoltandosi"...
imparando a non distogliere
gli occhi
dagli occhi degli altri.
ed ancora controllo. ed insieme abbandonarsi.
intuire la misura di ogni movimento
nell'unico luogo ove nulla è gratuito,
ove nulla è senza "perché"...
così il palcoscenico.
torniamo, dopo, a lavorare sui "nostri" versi,
ma la stanchezza ha già preso il sopravvento...
o forse non è stanchezza...
preferisco pensare che la tensione di enrico
è quella che viviamo anche noi adesso...
preferisco pensare che anche stasera
non siamo stati altro che "uno"...
in bocca al lupo, enrico!
lunedì, 14 marzo
cominciamo con gli esercizi, stasera...
hanno imparato a controllarsi da soli.
a sentire il proprio respiro...
il diaframma articolarsi...
mi muovo tra loro.
ascolto.
difetti come inezie, a volte.
insisto perché si correggano.
perché questo è il tempo ed il luogo per farlo.
altre improvvisamente sono le priorità
quando si sale sul palco.
come una marea che investe.
lavoriamo sull'emissione.
esercizi che si ripetono ancora.
ma il suono è più tondo. più pieno.
viaggia...
solca...
e sempre associando un'immagine,
un pensiero,
ad ogni esercizio.
ogni tanto mi fermo.
osservo.
non diversamente da un officina
ognuno ha cominciato
appena qualche mese fa
a prendere i propri attrezzi in mano
ed oggi forgia i primi utensili
del suo lavoro.
lavoriamo sui dialoghi, stasera.
adesso è tempo.
ma né cechov, né goldoni...
nemmeno la partitura di enrico
è più il nostro lavoro.
ho portato con me
le tragedie in due battute di campanile
ed i lazzi di petrolini.
apparentemente più semplice.
apparentemente.
poche battute...
due, tre al massimo...
ed in quelle è tutto un "teatro".
personaggi che si raccontano in poche parole...
ma che sono vivi in quelle poche parole.
rapporti esilissimi che si muovono sul filo
di un tempo breve, ma colmo...
e nella parola un ritmo
che ha la rapidità del pensiero...
e nel pensiero un vissuto
che plasma figure.
ed in ogni figura
la verità di ogni gesto...
proviamo sena fermarci...
come in un carosello...
le mie indicazioni martellanti...
molte cadono senza essere colte...
non importa...
adesso è provare...
adesso è capire cosa non fare
per riuscire poi ad essere...
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