diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
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.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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venerdì, 22 aprile
a volte bisogna fare un passo indietro
per andare avanti.
per vedere meglio le cose...
per conoscere prospettive "diverse"...
come allargare il proprio campo visivo...
a volte bisogna riuscire a staccarsi
da se stessi...
per guardarsi, staccarsi...
e poi, dopo, tornare ad avere più forte
la consapevolezza...
la determinazione di un passo in più...
e compierlo, quel passo...
gli angeli di kushner sono ancora tra noi.
sentiamo i loro occhi...
il loro fiato...
il loro "insistere" senza posa...
continuo donarsi...
continuo pretendere...
ma dove erano fino ad un istante prima
della loro prima parola?
da dove arrivano?
perché?
il nostro passo indietro...
la lunga sala delle officine diviene una strada,
il palcoscenico la casa...
- rifugio di "angeli" -
ed è lungo quella strada
che già si snodano...
si rivelano...
si denudano
rapporti... timori... certezze...
desideri... pudori...
e solo percorrendo quella strada
posso capire
quali saranno... come saranno...
i miei passi di dopo.
passi dentro una casa.
passi nascosti. non visti dagli altri.
passi che avvicinano.
o che allontanano.
ed in quei passi
è già la verità del mio "dire"...
non dal nulla hanno genesi le parole.
sopraggiungono ad un gesto...
ad un guardare...
ad un ascoltare...
ad un "avvertire" che si fa pensiero.
solo poi, è parola.
ed ogni volta
che infine si raggiunge la casa
è il mio chiedere ancora "perché".
il perché di quel ritmo...
di quel pestare la terra...
di quel condursi...
e nessuno mai, adesso,
rimane in silenzio
al mio domandare...
al mio volere risposte...
provocarle.
dopo, riprendiamo
a leggere il testo.
più profonda si incide la lama
del nostro cercare.
dialoghiamo fitto...
serrato...
battuta dopo battuta...
incidendo la scena
in altre piccole stanze...
ed i personaggi le attraversano...
ed attraversandole,
evolvono...
crescono...
si trasformano...
-"ma io non ho dentro me
l'esperienza di queste parole...
dove attingere, allora?"
-"nemmeno di quei passi,
non del camminare,
ma di quei soli passi
avevi mai avuto esperienza...
eppure quella strada l'hai
ugualmente percorsa..."
ed ancora tornano parole tra noi
come "osare"...
come "mettersi in gioco"...
come "abbandonarsi"...
continuiamo ancora a parlare...
ancora cambiandoci...
ancora spegnendo le luci...
ancora chiudendo il portone di legno...
ancora lungo le scale che portano su, al gianicolo...
e gli "angeli"...
chissà, da qualche parte, adesso,
staranno sorridendo di noi...
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