diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 9 maggio
affrontare un nuovo testo.
nuove parole...
nuovi personaggi che le pronunciano...
ed in essi, ancora una volta,
una verità da trovare...
da rubare...
da creare...
cominciamo leggendo.
lentamente.
senza alcuna interpretazione.
"lettura neutra",
così si chiama in teatro.
li ascolto, francesca e alessandro,
e mi accorgo di come
è cresciuto il loro
semplice "leggere".
senza fretta,
cercando di cogliere
il significato di ogni parola...
fermandosi...
riprendendo...
fermandosi...
infine è silenzio per qualche istante.
colmo di sensazioni sottili...
di pensieri...
come assorbire "molecole"
di tutto ciò che è scorso
nei pochi minuti
di un breve frammento di scena...
quello che basta a dargli
la compiutezza
di un atto teatrale.
lascio che sia, silenzio.
per qualche istante ancora,
lascio che sia.
poi è il tempo delle loro parole.
un gabbiano sulla scogliera.
solo finché un altro gabbiano
si posa accanto a lui.
dopo, repentino,
il loro volo.
ruth lo racconta.
è realtà?
è sogno?
è un'immagine?
oltre le parole,
oltre il racconto,
qui adesso noi siamo.
e nell'immaginario di ognuno di noi
quel volo di gabbiani
assume mai
gli stessi contorni.
ora è un planare...
ora uno scivolare d'ala...
ora lo spiccarsi nel blu...
di uno stesso cielo,
di cieli diversi...
e la metafora di un volo
è il primo vestito
che indossano i personaggi
in un crepuscolo settembrino.
ed oltre i gabbiani
ancora il loro dialogare.
secco... asciutto... senza orpelli,
quello di lui;
una carezza ambita...
una mano ritratta...
uno sguardo proteso
oltre ogni confine,
quello di lei.
ci si spinge ancora più avanti.
ancora facendo un passo indietro
per andare avanti.
fino a immaginare di ognuno di loro
ogni cosa sia stata
prima di essere lì
dove noi li incontriamo...
solitudini
che smettono di essere tali
e che poi tornano
ad essere ancora...
ed altre immagini
si inseguono senza posa.
e non è solo la drammaturgia.
non solo un tracciare
silenziosamente
disegni sulla sabbia...
non solo lo "sciabordio"
dell'acqua di un lago
a far eco nel vuoto...
non solo una vecchia barca
trascinata lungo la sabbia...
con forza... da sola...
non solo mamet.
altre immagini,
le nostre,
ambiscono a quella
"prima" verità
che ci consentirà
di leggere ancora la scena...
di impossessarci di parole non nostre...
di calzare gesti e condurre passi...
di "essere"
ciò che ruth e nick
chiedono di essere...
torniamo a leggere ancora.
già il testo fluisce diversamente.
interrompo spesso.
interrogo.
pongo domande.
pretendo
cose che "non sono"
ma senza le quali
nulla può essere...
senza le quali
nessuna verità...
ma poi riaffiora
un sorriso dentro di me...
li vedo leggere...
li ascolto...
e mi rendo conto
che ciò che "pretendo"
non è meno
di ciò che "pretendono" loro...
ed è una continua simbiosi
quella che si realizza
sera per sera
nelle officine,
un continuo camminare
tenendosi per mano...
siamo un po' più stanchi...
nessuno lo dice
ma ugualmente si avverte...
e per la prima volta stasera,
lungo le scale di vicolo del cedro,
una fresca brezza de primavera
porta lontano
il nostro sorridere...
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