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diario d'officina

si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via -  senza fretta - indumenti che calzo sui miei pensieri
che striano di  ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...

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lunedì, 16 maggio
anche stasera
ruth e nick
svolgono i fili
del nostro giocare.

continuiamo a parlare.
di loro.
intorno a loro.
li abbiamo già disegnati dentro noi.
abbiamo già intuito i loro passi.
osservato il loro osservare.
singolarmente.
di entrambi.
senza sfumature i contorni
che li delineano.
ma ancora continuiamo ad avvicinarci.
fino ad ascoltare
più nitide
le parole brevi
che imbastiscono
il loro dialogare.
ora più serrato.
poi improvvisamente dilatato.
ed il silenzio mai è vuoto.
nella vita,
forse  sovente accade
che parole o silenzi
non colmino spazi
e crepe divengano baratri.
non in teatro.
non senza "perché".
mai con il "vuoto"
se esso è assenza...
o non presenza.
e si fa spazio ancora
la parola amore
a tracciare adesso
non più il profilo dell'uno
che si staglia
su quello dell'altra,
ma una sola immagine
ove le figure
si elidono e riappaiono
come in un gioco di luci
a dire un rapporto
tra un uomo e una donna.
ed ancora una volta
la propria vita,
i propri giorni di ieri,
divengono speculare riflesso
del dipanarsi...
del rivelarsi di ruth e nick
innanzi a noi.
di quel loro frammento di vita
- divisa o condivisa -
che la drammaturgia ci consegna.
-"...ho vissuto - vicino ad un lago anche io -
  queste stesse parole... medesimi gesti...
  e non era amore, il mio... non lo era più..."
eterogenea è la forma
che sa assumere l'amore.
noi cerchiamo di aderire
a quelle armonie
che repentinamente
degradano in spigolosità
per poi tornare ancora
a forme fluenti
che sono nelle parole dei due personaggi.
ma poi i "miei giorni"
inevitabilmente divengono
quasi un filtro...
un osservatorio certo
da cui non solo guardare
il "loro" agire,
ma anche tornare a vedere
quel qualcosa di me
che è stato
e che ora casualmente torna a rivivere
su un palcoscenico.
ed io non sono un semplice spettatore.
ma io sono lì
per restituire vita
a parole scritte
che sono già state mie parole dette,
vissute,
sofferte forse.
non voglio entrare
dentro una storia personale
che appartiene solo
a chi quella storia
ha sentito scorrere su di sé,
ma naturalmente
il nostro dialogare
si spinge verso quelli
che a volte sono
gli esilissimi confini
tra la "mia verità"
e la "verità teatrale".
il mio vissuto
non può non essere
la prima fonte cui attingere
lungo un percorso
che conduce alla definizione
di un personaggio...
del suo divenire...
della sua interazione scenica...
ma un personaggio "è".
immutabilmente "è"
come detta pirandello
nei suoi "sei" in cerca d'autore.
né il mio lavoro è mai per me.
sempre, ogni cosa,
nasce dal palcoscenico
ma mai per il palcoscenico.
la mia emozione
deve scivolare
ben oltre un sipario aperto
ed investire
la mia platea
consentendo ad ogni spettatore
di vedere la propria "ruth"...
il proprio "nick"...
emozionarlo
donandogli i mezzi
per costruire la propria emozione...
mai farlo assistere ad un'emozione
che invece appartiene a me solo
e che rimane immobile,
sul palcoscenico,
e che mi "scalfisce"
non più di quanto sia in grado
una cartolina esposta
su un banchetto di souvenir...
ed al tempo stesso
il testo è una traccia...
una via...
semplicemente una favola
che né può, né deve,
imprigionare la mia sensibilità...
o costringere la mia creatività...
ove io e ruth aderiamo?
ove è contiguità
tra il mio ed il suo essere donna?
ove il mio vissuto
dilaga in quello di ruth...
e la verità di ruth in me?
cerchiamo a queste domande
risposte che solo
il tornare a leggere
la nostra scena
può restituirci...
basterebbe un semplice appiglio...
una sola battuta...
un gesto...
a dire in simbiosi
il mio "non amore" vissuto
ed un "non amore" che adesso vive
nel mio personaggio.
ma non è di ora.
non appartiene a queste parole.
non a questa a scena...
e ruth questo vive,
ora e adesso...
e scoprirà forse il suo "non amore"
vivendo l'incertezza...
il velo di amarezza...
il sottile avvertire la solitudine
che adesso la permea...
ma tutto questo è mai appartenuto
al mio vissuto?
cosa, prima del "mio" lago?

adesso, di nuovo,
torniamo sul testo.
il nostro fitto parlare
ha gettato una nuova luce
nelle officine.
tempi e ritmi che non erano
adesso prendono forma.
fluisce tra le parole
il più intimo pensare di ruth...
suonano diversamente,
crudamente vere,
adesso le parole di nick...
chiudo gli occhi...
li ascolto...
e per la prima volta li vedo...
dentro me, li vedo...
piccoli attimi...
forse nulla di più...
un insieme di piccoli attimi
è l'emozione del teatro...
e in questa sera già notte
scorrono adesso
piccoli attimi...


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