diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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venerdì, 20 maggio
non erano nel mio animo.
non credo fossero nemmeno
nei pensieri di alcun altro,
stasera, nelle officine.
eppure non appena spente
le luci della sala
più di un fruscio
è stato il battere d'ali
degli "angeli" di kushner.
piombati tra noi improvvisamente.
né per un'intuizione,
né per scelta.
forse semplicemente
perché avvertivamo,
non detta, tutti,
la voglia che tornassero ad essere.
qui tra noi.
ancora una volta.
donatella e valentina
calzano
invisibili ali.
mai come prima
lieve il loro incedere.
ripercorrere pensieri, gesti, parole,
sembrano non essere trascorsi
i giorni
in cui il nostro animo
ha taciuto
le voci di kushner.
e l'aria adesso
come creasse nuovi varchi.
ad accoglierli.
silenziosamente
scivolano attraverso la sala...
le luci fredde
della nostra pedana
indugiano al ritmo del loro respiro.
poi li bagnano.
lentamente.
quasi inghiottendoli nel vuoto
del nostro spazio scenico.
ed il vuoto subito si anima.
plasma.
dà forma.
non li interrompo.
li guardo.
ascolto.
lascio che proseguano.
oltre quanto ci eravamo concessi...
oltre quanto gli "angeli"
avevano a noi concesso...
oltre la forma già data...
oltre le parole dette...
appartengono solo
a donatella e valentina,
stasera,
gli angeli...
l'incertezza innanzi
a nostri "luoghi" inesplorati
si tramuta nel "disagio"
dei personaggi
che è incapacità
di superare il loro "disagio"...
ancora oltre...
ancora avanti...
fino al bivio
al di là del quale
gli "angeli"
non possono più sfuggirsi...
non possono più condursi
in una cecità
resa in brandelli
dall'innegabilità
del tempo... dello spazio... del luogo...
e si abbracciano.
solo questo.
in silenzio si abbracciano...
.............................
era nella milza
- spleen, in inglese -
che una volta i medici ritenevano
potesse aver sede
il più intimo, cupo, melanconico
malessere dell'anima.
e dai "fiori del male"
di baudelaire
cogliamo "spleen".
è impaccio alla primissima lettura.
non solo un fatto tecnico.
non solo la lunga sequenza di coordinate.
non solo un linguaggio crudo, nudo,
- ma mai arido -
non solo...
è qualcosa che lede
la poesia di baudelaire.
lacerazioni che non restano sul testo
ma che improvvisamente
paiono dar nome
ai mille graffi
con cui la vita ha segnato, a volte,
i nostri giorni.
e di nuovo, ancora,
cominciamo a parlare.
tecnicamente, prima...
logicamente soggetto, predicato, complemento...
fino ad impadronirmi di ogni parola
della poesia...
e poi, adesso sì,
al di là delle parole...
mi faccio da parte.
ascolto
analizzare frase dopo frase...
confrontarsi
senza timore ognuno
ponendo sulla bilancia
esperienze di sé.
diverse.
di sé.
-"...attimi che durano attimi...
ma in cui avverto la vita implodere in me...
sto ferma... non mi muovo...
poi passa..."
ed il coraggio di dire...
di dirsi...
di poggiare al centro del tavolo se stessi
e non solo per riuscire a vedersi meglio...
per vedersi di più...
ma perché anche gli altri
possano attingere
da una vita che non è la loro...
...condividere...
sulle loro osservazioni, le mie...
a spingere...
a provocare...
ad osare...
ma poi è il palcoscenico...
e con esso il confronto si fa più serrato...
con se stessi...
una pausa pone un accento retorico...
ritmi e toni
rivelano venature sottili
di un intarsio che come una spirale
vuole celare un inizio e una fine...
alzo argini intorno al mio pensiero
inseguendo la logica di uno sfuggente
discorso poetico...
ma la voglia di giocare
non scema.
donatella per ultima
indossa la scena...
le parole cominciano a fluire
dense di immagini
evocate e reali insieme.
ci fermiamo.
iniziamo ancora.
dal primo verso, ancora.
lasciamo che i versi di "spleen"
ci penetrino
per poi restituirli
vivendo una notte
che non appartiene a baudelaire...
percorrendo la penombra
di vicoli
che noi tracciamo...
verso dopo verso...
e nel silenzio
degli altri
intuisco altre notti...
altri vicoli...
quelli che ognuno adesso vive
cogliendo dai fiori del poeta francese
solo i petali più lievi...
quelli che donatella
stanotte
ha voluto donarci...
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