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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
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di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 12 dicembre 2005
parliamo di  "verità teatrale".
un termine che ricorre spesso.
in officina come su queste pagine.
e di una paura, non insolita, che si rivela
- timidamente, a volte... più manifesta, altre  -
ogni volta saliamo sul palcoscenico.
un timore semplice.
e del quale è però difficile liberarsi...
e che spesso assume i medesimi contorni
dell'insicurezza... dell'indecisione...
la paura di sbagliare...
il non osare...
il pudore che ci impedisce
di metterci totalmente in gioco
trascorre così il tempo
mentre aspettiamo che gli altri ci raggiungano.

ida è per la prima volta con noi.
sul palcoscenico, con gli altri,
inizia la sua prima lezione
sulla respirazione.
spiegare a lei - per la prima volta -
i concetti di base
è insieme spunto
per approfondire con gli altri
nuovi argomenti.
ed anche stasera
è sfuggire ancora ogni meccanicismo.
impadronirsi della respirazione
diviene un impadronirsi di se stessi...
conoscere...
controllare...
misurare...
gli esercizi si seguono
uno dietro l'altro.
nessuna stanchezza.
si sorride,
una battuta a spezzare il silenzio
e poi ancora
un esercizio.
adesso quelli di articolazione.
una breve serie.
sull'articolazione della bocca...
sulla mobilità delle labbra...
e ci sorprendiamo di nuovo,
a sorridere,
scoprendo l'osticità
di "movimenti" apparentemente banali.
le labbra in forma di bacio
tracciano una "o"
nell'aria davanti a me.
"tieni ferma la testa...
 articola solo le labbra..."
e sono piccole smorfie
che si dipingono
sul volto di ognuno
cercando una fluidità
in quel roteare le labbra.
continuiamo ancora.
ancora altri esercizi...
poi, brevissima, una pausa.
"va tutto bene, ida?..."
mi sorride...

i neon della sala
vanno al buio.
è usuale che i nostri ospiti
facciano tutti, la prima volta,
la stessa improvvisazione:
l' "attesa".
non sono io a chiederlo, stavolta.
sono i ragazzi a pretenderlo.
è quasi divenuto una sorta
di "benvenuto"
cui non si vuole rinunciare.
ida sul palco.
senza parlare...
senza mimare...
il tempo è scandito dai miei interventi...
"trenta minuti..."
"cinquanta..."
"un'ora..."
il tempo trascorso aspettando
qualcosa...
o qualcuno...
alla fine sono i ragazzi a dire
cosa è "arrivato"
in platea.
ida è intensa,
ma eterogenei
i segnali che lei ci ha lanciato.
per qualcuno era in una stanza...
per altri in un luogo all'aperto...
per altri una prigione...
ed ognuno analizza il perché
della propria sensazione...
o percezione...
ida ci racconta la "sua" attesa...
non importa cosa fosse più giusto...
cosa meno...
più interessante è rileggere,
tutti insieme,
le "parole" appena tracciate sul palco...
ci si ascolta...
si parla...
irrilevanti piccoli gesti
hanno denudato verità.
volute o mai pensate.
ma comunque "fatti"
che per pochi istanti
- diversamente -
si sono incisi dentro di noi.

riprendiamo a giocare
sul "sogno..."
anna ha portato un'altra traduzione
della drammaturgia di shakespeare.
la nostra "versione" non era sbagliata.
totalmente aderente all'edizione
sulla quale stasera
cominciamo a lavorare.
sul palcoscenico.
adesso in coppia...
ancora a provare.
a rendere vita ad elena ed ermia.
i motivi che avevano animato
il lavoro dell'ultima volta
tornano ancora,
ognuno riprende per mano la propria elena
e la conduce nel proprio luogo
che le appartiene...
e si prova a plasmare un pensiero.
nella camminare...
nel gesto...
nella battuta...
ma sembrano tornare
le parole di poche ora prima.
la necessità di una "verità"
e insieme la sottile tela del nostro pudore,
o dei nostri timori,
che pare imbrigliarci, a tratti,
e non lasciarci sfuggire
da una "non verità"
dove distinguo
i lineamenti di tutti...
ma non di elena.
avvolta in una fitta coltre
da cui mi raggiunge
solo qualche raro tratto sfumato.
cerco di pungolarli...
si scuoterli...
ravvedo qualcosa.
ma poco.
ancora poco.
sembra ormai che la lezione stia per finire.
il tempo scorre velocissimo.
ma è come se mancasse qualcosa,
stasera.
chiamo agnese e alessandro sul palco.
li provoco in una improvvisazione
senza spiegare nulla.
gelosia e generosità...
quali estremi ed opposti
di un solo sentimento:
l'amore.
l'impaccio è solo iniziale.
non li interrompo.
lentamente si sciolgono.
lentamente si abbandonano.
lentamente controllano.
in sala
la levità di un sorriso
scaccia via
qualsiasi velo di stanchezza.
sorridiamo,
ridiamo anche,
guardando,
ascoltando,
alessandro ed agnese.
poi di nuovo.
sul "sogno...".
ma stavolta elena
dirada la sua nebbia
e comincia a disegnarsi più netta.
più donna.
più femmina.
più amica.
colma di voglia di riscatto
ma senza nulla dichiarare. o mostrare.
mi guardo intorno.
lo sguardo di tutti  è diverso...
adesso, diverso.

stiamo per andare via,
ma agnese chiede ancora una cosa.
tanto basta per fare drappello
intorno al boccascena.
credo avremmo parlato ancora un po'
se alessandro non avesse posto una domanda ancora:
"ma nessuno di voi ha fame?..."


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