diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 16 dicembre 2005 rimango al riparo, appena oltre il portone di legno. la pioggia è insistente, stasera. non fitta. sottile. rada. insistente. ragazzi che parlano in spagnolo percorrono il vicolo, incuranti dei loro capelli bagnati e degli schizzi d'acqua delle ruote di un'auto. ridono tra loro. li seguo con lo sguardo fino a quando spariscono oltre il gomito in fondo alla strada. sono ancora la base di ogni nostro lavoro, gli esercizi sulla respirazione. li riprendiamo. ma stasera approfondiamo ancora di più i movimenti diaframmatici e quelli dei muscoli intercostali respiratori. introduco una serie di nuovi esercizi. alcuni distesi, altri seduti. altri in piedi. proviamo ad avvertire il diaframma come un mantice lieve che si dilata e si contrae. eseguo gli esercizi singolarmente con ognuno dei ragazzi. invito a "sentire" i movimenti del mio diaframma. respiriamo insieme. ognuno ponendo le mani sul corpo dell'altro, lì ove tattilmente intuiamo il ritmo respiratorio. insieme... inspirazione... apnea... espirazione... ed in ogni esercizio, un gioco... ed in ogni gioco, un'immagine... invisibile, tra le mie mani, è un palloncino gonfiabile. comincio a soffiare. ed un po' per volta, ad ogni mio soffiare, aumenta la resistenza che quell'inesistente pallone colorato oppone al mio fiato. e le mie mani si muovono lentamente come contenendo e insieme dando misura a quel palloncino. e lo gonfio ancora, il mio pallone invisibile, fino a raggiungere la massima sua estensione. adesso uno spillo. immaginariamente lo buco. e l'emissione del mio fiato è la "verità" di un pallone che si sgonfia. ora lentamente. ora velocissimo. e di nuovo, adesso, scrivendo, torna il termine "verità". e di quella stessa, ora, nelle officine, parlo con alessandro. è un rapporto tra il mio soffiare, il gonfiarsi del palloncino, il movimento delle mie mani. nulla può "essere" se avulso dagli altri. ed è come se il palloncino di alessandro si gonfiasse indipendentemente dal suo stesso soffiare. non è "verità" nelle sue mani... nel suo palloncino... nel suo gonfiarsi... pongo le mie mani contro quelle di alessandro. sono io, adesso, la sua resistenza. è caparbio, alessandro. proviamo una, due volte... ancora... ed infine anche il palloncino tra le sue mani, come quello degli altri, comincia ad assumere la forma che il soffiare gli impone... uno spillo... ed anche questo si sgonfia. buio in sala. cominciamo a giocare con delle improvvisazioni corporee sulla stessa battuta tratta dal "sogno..." di shakespeare. per molti è la prima volta che si affrontano improvvisazioni col corpo. non è né una sorta di coreografia, né un tentativo di "descrivere" la battuta. è cogliere un colore... una musica... un ritmo... quella sensazione - la più forte - che si è impadronita di me leggendo quelle righe, e restituirla abbandonandosi ad un linguaggio che proviene solo dal movimento. ed in ciò è un prendere rapporto sempre più profondamente con il mio corpo e con lo spazio che lo contiene ed in cui esso agisce. leggiamo insieme il testo. ancora una volta. lentamente. quasi scandendo le parole. come a volerci impossessare di ogni significato. come se nulla, adesso, potesse sfuggire al nostro gioco. in ogni frase, frase per frase, è un pensiero diverso... un diverso respiro... un "essere" che muta. e mutando, costantemente "è"... margherita si avvicina timidamente al palcoscenico. per qualche istante rimane in "quinta". noi in silenzio. poi, inizia. con inaspettata levità traccia sulla scena la verità che la battuta esige e che il suo corpo per essa vuole. l'incertezza dei primi passi si infrange contro "l'inatteso"... e fuggendo si contrae, si raccoglie... solo poi si protende verso una realtà che non si vorrebbe ma che si subisce. i ragazzi raccontano - con i loro "occhi" - l'improvvisazione di margherita... quello che si è staccato dal palcoscenico ed è giunto fin qui. tra noi. qualcuno ha visto il mare, un altro un prato verde. ognuno uno spazio aperto. margherita voleva raccontare una foresta intreccio di rami e di arbusti. poca luce. e già si scopre che il corpo dialoga non diversamente della voce... della parola. diversa è la verità di un luogo chiuso e di uno spazio aperto. ed ognuno di essi, in modo elettivo, il mio corpo lo restituisce. con un movimento semplice. con un gesto. con una verità che sempre deve essere dentro di me, prima, per poter vivere fuori di me, poi. quanto vera era la foresta di margherita? quanto i rami? e gli arbusti? più rarefatta, fin dal suo apparire in scena, è l'improvvisazione di maria. ogni cosa appare leggibile... limpida... netta... forse chiusa nel pudore di una forma che rischia di non esulare la scena. riproviamo ancora. adesso come leggessimo il testo di shakespeare nei movimenti del corpo di maria. né vi è didascalismo... né vi è descrittivismo... altro invece si coglie. per questo la invito a ripetere di nuovo la sua prova. ma stavolta imprimendo una velocità... un ritmo maggiore alla sua azione. e adesso comincia a sbiadire ciò che macchiava l'improvvisazione di maria... comincia a sbiadire lei stessa... movimenti consueti - un incedere - che sappiamo appartenere a maria, non alla sua quotidianità, ma al suo vivere il palco col corpo, adesso per prima volta hanno contorni meno netti e si comincia ad apprezzare la qualità di un movimento diverso. ne parliamo insieme. ciò che io avvertito, maria lo ha avvertito. ed è ancora questo il senso del nostro procedere dentro le officine teatrali. sul palco poi gli altri... tutti... anche patrizia, una ragazza siciliana di passaggio a roma che ha chiesto di dividere una sua serata con noi... ed in ognuno è qualcosa di diverso... ed in tutti è qualcosa di simile. una specie di lentezza nel corpo dovuta più alla ricerca di un proprio agio nel movimento che alla verità della battuta del "sogno..." siamo sulla porta, sul vicolo, quando al telefono ci raggiunge agnese... è fuori roma per lavoro. vuole sapere come è andata la lezione... -"sono a firenze, proprio davanti a santa maria..." non stiamo peggio di lei... siamo a roma, nel cuore di trastevere... come quei ragazzi spagnoli, sorridendo andiamo via anche noi... ma adesso non piove più... .....next back |