diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 23 dicembre 2005 imminente aria di festa sembra penetrare da ogni spiraglio. sensazione difficile da spiegare. è leggere quel sorriso che i ragazzi recano inciso nel loro volto. e che forse, identico, loro distinguono sul mio viso. scivolano velocemente, stasera, gli esercizi. inspirazione... apnea... espirazione... regolare la contrazione del diaframma. lenta... continua... poi una breve pausa. e poi, ancora. di nuovo. come assumendo un ritmo. il proprio. e l'emissione del fiato è ogni volta un po' più lunga. i miei passi tra loro. controllo ognuno. li guardo. correggendoli, scherzo... sorridiamo. insieme. il lavoro sulla voce è subito dopo. parlo dei nostri risuonatori naturali. della necessità di associare la respirazione all'emissione vocale. ancora mi fermo sulla biomeccanica della respirazione. sulla fonazione. una "emme" tra le mie labbra chiuse. non serrate, ma adagiate una sull'altra. avvertire il suono come una lieve vibrazione. ed immaginare di mandarlo lontano. fuori... fuori... fuori... -"prova a tenerla più bassa, la nota... più calda..." ed ancora la mia voce immaginando una palla che rotola lungo la sala... ed il mio sguardo la segue fino a quando svanisce... è così la mia "aaaaaaaaaa"... ed il gesto accompagna. e controllo il diaframma a dare stabilità al crescere ed al lento scemare del mio suono. di nuovo spengiamo le luci della sala. ormai è quasi un rituale. spostiamo le sedie intorno al boccascena. il palcoscenico rimane lì, vuoto, per qualche istante. ed è per un attimo un silenzio di un attimo. ed io lo avverto. i ragazzi mi guardano mentre posiziono da una parte della scena un materassino verde. uno degli stessi che tante volte durante i nostri esercizi. poco discosto due sedie. una cassa nera. un foglio di carta, ripiegato. lo poggio sopra. nessun senso apparente. torno a sedere. parlando racconto una stanza. il materassino come un letto. il foglio la lettera di qualcuno che è andato via. che mi ha lasciato. e di quell'abbandono adesso chiedo mi si narri ogni cosa. chi... come... perché... ed insieme la verità di un evento, di un fatto, inaspettato... come qualcosa che non immagino... che non prevedo... improvviso... fino ad un istante prima di leggere la "lettera" tutto è quotidianità. poi la mia vita muta. poi sono solo. poi è la consapevolezza di un'assenza intorno a me. forse di un non ritorno. adesso, ogni cosa, improvvisando. senza parlare. senza mimare. maria è la prima a giocare. non è facile dar vita a tutto ciò che non "è". comunicare oltre la scena la verità di una stanza ove scorrono le ore più intime. e tracciare i contorni di una presenza per poi poter vivere un'assenza. e la voglia - urgenza, direi - di fare, tracima e fagocita la necessità di "essere". si scivola nel mimare gesti, azioni, luoghi, che non trovano una loro adesione con la vita di ogni giorno. fermo l'improvvisazione. ne parlo con maria, ci confrontiamo con glia altri. di nuovo, poi, si ripete il nostro gioco di adesso. e la lettera diviene la frattura che scompone ore usuali in due tempi diversi. ciò che io sono prima di assumere quelle immaginarie parole vergate su un foglio di carta... e ciò che quelle stesse parole causano in me. ma tutto ruota intorno ad un'unica verità. quella della donna, o dell'uomo, a cui quelle parole sono rivolte. né serve raccontare prima la verità di un rapporto, d'amicizia o d'amore o filiale... ove quello stesso rapporto si disegnerà nettamente in ogni mio agire vivendo la realtà di un rapporto finito... spezzato... infranto. è essenziale, agnese. pochi gesti. usuali. e mi investe la familiarità del luogo ove vivo. poi la lettera. senza sorpresa. come a dire un rapporto vissuto in un'assenza presenza affidata a volte a biglietti lasciati per dire cose di ogni giorno. pochi gesti prima di indietreggiare, quasi a volersi staccare da qualcosa che non si voleva. ed andare poi. via. e fuggendo da una stanza, fuggire da ogni verità. invito agnese a ripercorrere gli attimi appena vissuti sulla scena. inconsapevolmente era in lei qualcosa di lievissimo e forte insieme. in un gesto incompiuto della sua mano l'emotività di una donna ferita. nella compostezza del corpo la sua dignità. ed il coraggio di chi vuole già rimarginare ogni lacerazione. poi anna... francesca... adesso legando la lettera ad un contenuto non più arbitrario. l'abbandono quale reazione a qualcosa di cui si è reso protagonista chi adesso quella stessa lettera legge. ed ancora la paura... il disagio... il pudore... spingono a dar forma al superfluo ed è come se qualcosa si disperdesse sulla scena... contenere e abbandonarsi... ed ancora si gioca. e lentamente le cose fluiscono oltre la scena e vivono in noi forme e colori di una nuova emozione. maria è assorta nei suoi pensieri. lo intuisco appena incrocio i suoi occhi. assorta come ogni qualvolta il gioco si spinge fino a lambire i confini del nostro vissuto... ne parleremo ancora. ce lo diciamo. lo vogliamo. stasera - era una promessa - avremmo finito prima. velocemente ci cambiamo per avviarci verso la stessa pizzeria che già tante volte ci ha accolto. voglia di stare insieme, di conoscerci, al di là del laboratorio. torneremo a schiudere il nove gennaio il portone di legno delle officine. adesso andiamo. adesso è il nostro natale. .....next back |