diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 13 gennaio 2006 scivolano sotto i miei occhi le parole di mariapia... un "suo" pomeriggio a villa borghese... colori. di un tramonto. e di foglie d'autunno avanzato... parole di una scrittura che ha genesi in emozioni - vissute o immaginate - che sfumano di luci ed ombre quelle stesse tinte. ora tenui. ora più accese... ci fermiamo a parlare, ancora... fino a quando ci raggiungono il sorriso e le voci dei ragazzi... ci eravamo salutati pochi giorni prima il natale. gli ultimi ad andare via dalla "nostra" pizzeria di trastevere. ci ritroviamo stasera. e non è ancora tardi per augurarsi un felice anno nuovo. già lunedì le officine avevano ripreso la loro attività. e stasera, al rientro di tutti dalle festività, si ricompone anche l'ultimo tassello delle officineteatrali. come sempre gli esercizi danno inizio alle nostre serate in laboratorio. panettoni e brindisi non hanno impigrito. naturalmente si ricrea un sottile "fluire" tra noi... di informazioni... di sguardi... di voglia di essere qui, insieme... e capire. adesso è lavorare già un passo oltre ogni meccanicismo fisiologico. parliamo della respirazione, dell'emissione di un suono, assumendola ad una disciplina che nasce da se stessi, che intorno a se stessi ruota, e che a se stessi tende. sentirsi... avvertire il proprio corpo... il continuo contrarsi e rilasciarsi dei muscoli respiratori... determinarne il ritmo... e "nutrirsi" dell'aria intorno a noi. non diversamente la voce. lentamente... controllando l'emissione vocale. immaginando un luogo, dentro di sé, ove il suono si plasma. ed il suo sorgere è fendere, ed accarezzare insieme, l'aria intorno a me. e scivolando, la percorre. né si smarrisce. ma sono io a condurlo lungo la direzione dello sguardo. un po' più lontano. fuori da me, un po' più lontano... adesso. ed averne tattilmente la percezione. nessuna rigidità nel corpo, ma un sottile tendere ogni singolo atto nel realizzare ciò che il pensiero esige. ora un respiro. ora un suono. è tratto da "romeo e giulietta", di shakespeare, il monologo della regina mab. mercuzio ne è protagonista. spegniamo le luci della sala. di nuovo riprendiamo a giocare. ma è un nuovo gioco, stasera. non più il testo quale spunto per una improvvisazione. non subito. cominciamo a giocare sulla scrittura drammaturgica, stasera. cominciamo a leggere. leggere le parole così come sono scritte. senza alcuna interpretazione. sarebbe ancora troppo presto. ma con la voglia di cogliere ogni significato. comprendere. ci sediamo sul palcoscenico, in cerchio. parliamo un po' del testo. ognuno di noi lo conosce. per averlo letto. per avere assistito ad una sua rappresentazione. poi cominciamo ad affrontare le parole "fantastiche" di mercuzio... il racconto della sua "levatrice delle fate". leggere il teatro non è scorrere un articolo di fondo. dopo poche frasi fermo la lettura. è un tempo, dentro di me prima che nel testo, che devo imparare a conoscere. un tempo in cui le parole devono penetrarmi. trovare già loro una "loro" verità. significare. riprendiamo a leggere ancora. - più lentamente - creando come un sentiero tra gli incisi... i simboli... le metafore... che punteggiano il testo. ed immagini che restavano prima ancorate alla pagine - quasi incapaci, noi, di dar loro una forma - iniziano a staccarsi... a plasmarsi... a restituirsi a noi che ascoltiamo... torniamo ancora a parlare. a cercare di intuire, svelare, le primissime sensazioni che hanno già iniziato a lambire il mio animo. è una rarissima levità nel testo di shakespeare. nel suo dipingere il traino fatato che conduce mab, nella notte, a posarsi leziosamente sulla punta del naso di chi dorme ed essere artefice di quei sogni, quando i sogni sono premonitori della realtà. è come una danza senza mai sfiorare terra l'incedere di mercuzio. e proviamo ad immaginarlo, mercuzio. dargli un'età... un volto... un modo di camminare, respirare... e la sera, già quasi notte, intorno a lui... una strada... i suoi amici... il loro ridere insieme... e tra tutti, è romeo... e ancora più dentro: ove il confine tra la favola e la verità... e quale verità appartiene alla favola... mercuzio vede la regina mab... il suo carro... il moscerino-cocchiere che stringe una frusta il cui manico è fatto d'osso di grillo... e le briglie di rugiada di luna... e noi? noi, qui, adesso, cosa riusciamo a vedere? a intuire? e cominciano a delinearsi, in un primo studio interpretativo, elementari piani di recitazione... la verità di mercuzio... la verità di mercuzio che narra una favola... la verità della favola stessa... sento gli occhi dei ragazzi addosso... cerco i loro... ed avverto netto, in tutti, il desiderio di "essere" mercuzio... e sottile il timore, che si insinua ogni volta che si legge shakespeare, di tenere tra le mani qualcosa di grande... e delicatissimo, insieme... quasi bastasse una sola "parola" ad incrinarne la levigatissima luce... ripieghiamo i nostri fogli. restiamo ancora a parlare. stasera è come avessimo intravisto uno stretto sentiero tra il fitto degli alberi. ed il primo passo lungo un nuovo percorso è già stato compiuto. senza indugio. .....next back |