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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
.
.
.
.
.
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.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 16 gennaio 2006
una breve pausa
prima di cominciare
l'ultima lezione di oggi.
anna è rientrata stasera in laboratorio.
arriva un po' in ritardo, con agnese.
riconosco le loro voci.
mi avvicino lentamente,
mentre i ragazzi si salutano tra loro.
né l'umido antico,
che ancora pregna
questa "cantina"
nei giorni di pioggia,
basta a freddare i sorrisi.

associamo esercizi di respirazione
ad esercizi di rilassamento, stasera.
movimenti rotatori della testa.
lungo l'asse longitudinale, prima.
poi attraverso quello trasversale.
immaginando il mio corpo
attraversato da piani
che si incrociano tra loro.
dalla mia testa di diparte un lungo filo
che mi protende verso l'alto...
e dà origine...
guida...
direziona ogni mio movimento.
ed è il movimento stesso,
stavolta,
a segnare il tempo del mio respiro.
inspirazione...
apnea...
espirazione...
ed anche così
è un lento "guadagnare" lo spazio.
un'atmosfera tersa
che mi avvolge.
e che lievissima,
oppone una resistenza
ai miei gesti
conducendomi ad avvertirla,
quest'aria,
tutt'intorno a me.
percorro la sala senza parlare
- nemmeno i miei passi fanno rumore -
fino in fondo...
e da lì mi giro a guardare il palcoscenico.
il silenzio...
quei movimenti lenti...
rigorosi...
inconsapevolmente un "tempo"
che scandisce il tempo...
e loro si muovono
- tutti insieme -
in quel "tempo"...
ed è come
rarefatta luce
che adesso invade ogni cosa
tra le pareti delle officine.

ritornano a vivere
le parole di mercuzio.
spente le luci della sala,
torna a echeggiare
la fiaba di mab.
ancora in lettura neutra.
ancora per assumere
ogni significato.
logicamente.
muoversi tra lo snodarsi
flessuoso
dei versi di shakespeare
fino a intuirne
ogni voluta.
ogni inciso,
un colore diverso...
ma nulla di mio.
adesso cogliere
le sfumature che sono
tra quelle parole.
come raccattare ciottoli
lungo un sentiero
che ognuno può percorrere...
e con quelle pietre in mano
costruire poi il proprio sentiero...
sfumare o rendere sature
tinte "non mie"
ma che adesso prendo a stendere
su una tavolozza imbrattata
di colori che appartengono
a nessun altro che a me...
e con i pennelli del mio "sentire"
cominciare senza fretta
a svolgere
sulla tela del "mio" teatro
prime
emozioni semplici.
da qui cominciamo
il nostro gioco,
inseguendo mercuzio
- funambolo tra immagini impalpabili -
e la carrozza volante
della regina mab.
seduti insieme,
uno accanto all'altro,
leggiamo di nuovo,
uno per volta.
le parole fluiscono
senza fatica...
naturalmente.
ma è come
se quella stessa levità
che permea
i versi tutti,
improvvisamente assurgesse
ad una sorta di zavorra
che obbliga
ad una musicalità monocorde
che si ripete identica
nella lettura di ognuno.
ed i ragazzi lo avvertono.
hanno già imparato ad ascoltare.
se stessi e gli altri.
ed io leggo
nel loro sguardo,
nelle loro espressioni,
quasi un senso
di impotenza.
non incapacità.
ma un'impotenza
che disarma
e che costringe
a guardare, adesso,
le proprie mani "nude"
innanzi a quel testo,
a quelle parole che catturano
e alle quali si vorrebbe
subito cedere
e inseguirle
nel volo cui invitano.
mi tornano in mente
i mercati della mia infanzia,
della mia sicilia.
le "banniate",
al mattino,
tra i banchi del pesce...
faccio disporre i ragazzi
sul palcoscenico...
lungo la sala...
senza alcun ordine logico.
distanti tra loro.
adesso le officine come un mercato.
ognuno dalla sua bancarella
a "banniare"...
urlare...
la merce che vende.
e si vende mercuzio, stasera...
e si vende una favola, questa notte...
è timore.
è pudore.
all'inizio è così.
poi lentamente
cominciano a ledersi
i lacci
di quelle "zavorre"...
ed il gioco
diventa divertimento.
e adesso agnese
corre da un banco all'altro...
ad ognuno offrendo
una "manciata" di versi...
ci fermiamo.
sorridiamo insieme.
scherziamo.
agnese
riavvia i capelli
sfuggiti alla "coda"...
nessuno capisce bene
cosa ha fatto,
ma improvvisamente
le sbarre
che sembravano imprigionare
quei versi
sono diventate colonne di luce.
e per una volta,
per la prima volta,
stasera le abbiamo traversate.

mi rivesto.
maria mi raggiunge
mostrandomi un testo
che parla di teatro.
"quello che facciamo..."
ed è maria, adesso,
a donarmi
l'ultimo sorriso
di questa sera...


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